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Full text of "Bollettini ECN Milano"

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INDICE DEI CONTENUTI 


Pag. 1 Jugoslavia 

dai compagni di Trieste 

6 Occupato un centro sociale 

Bologna 

1 3 Lettere dal carcere 

Collettivo ControSbarre, Milano 

18 Fuori da Santa Maria Maggiore 

Venezia 


1 9 Polemica sulla forma corteo 
23 Polemica sul revisionismo 
32 Polemica sui referendum 



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maggio 

1993 


ecn milano 


Jugoslavia 

La disintegrazione violenta della 
Jugoslavia ha riportato la guerra 
dentro l'Europa, costringendo chi 
voglia occuparsene, dal versante 
antagonista, a far i conti con una 
situazione la cui lettura non è 
affatto I ineare. E' stato più facile 
opporsi alla guerra nel Golfo, che 
con il suo carattere esplicito di 
riaffermazione truculenta e totale 
del dominio imperialista sul 
petrolio e sull'area mediorientale 
ne permetteva una facile "lettura". 

Dai compagni di Trieste 

I nazionalismi che alimentano la guerra in 
Jugoslavia - e in buona parte nell’ex URSS - 
pongono la questione dello scontro etnico in 
forme per noi imprevedibili fino a poco tempo fa; 
si presentano - apparentemente - come un fattore 
di cui non si era tenuto conto. 
Paradossalmente, la mancanza di un intervento 
militare diretto da parte di qualche potenza, e gli 
stessi atteggiamenti contraddittori tra i vari governi 
occidentali e all’interno di ogni singolo governo, 
rendono ancora più difficile una chiara interpreta- 
zione del conflitto. Usato da forze che puntano 
più ad una propria corporativa collocazione privile- 
giata dentro i nuovi assetti europei e mondiali, 
che non ad un’improbabile indipendenza econo- 
mica e politica, il concetto stesso di AUTODETE- 
RMINAZIONE si ritrova “caricato” di ambiguità e 
sempre meno adeguato ad esprimere percorsi 
reali di liberazione sociale nonché nazionale. 

A fronte di questo scenario sorgono interrogativi 
pressanti sulle stesse categorie interpretative fin 
qui utilizzate. Certamente rimangono valide le a- 
nalisi svolte all’inizio del conflitto, subito dopo la 
secessione di Slovenia e Croazia dallo stato fe- 
derativo. I nazionalismi in ogni singola repubblica 
sono funzionali ad un processo di identificazione 


di tutte le componenti sociali con gli interessi 
delle rispettive borghesie, in parte riciclate dalla 
burocrazia ed in parte formatesi autonomamente 
sia all’interno del paese sia nell’emigrazione. 

Il diverso tipo e grado di sviluppo economico di 
ogni singola repubblica ha giustificato la volontà 
di indipendenza, con il rifiuto delle repubbliche 
“ricche” a continuare il versamento di parte del 
proprio reddito nelle casse federali. 

Le potenze imperialiste, Germania intesta, hanno 
spinto alla secessione: per una migliore penetra- 
zione economica nei Balcani, meglio trattare se- 
paratamente con singole realtà statali, saltando 
l’ulteriore ed ingombrante interlocutore rappre- 
sentato dal governo federale. Su questo gli inte- 
ressi sono collimanti: ogni nuova entità nazionale 
si dà la legislazione più adeguata alle proprie 
aspirazioni economiche, laddove tali aspirazioni 
corrispondono al ruolo di area integrata nell’e- 
conomia europea che multinazionali e governi 
imperialisti le assegnano. 

Nel quadro di un’economia-mondo che ha supe- 
rato i recedenti schemi di divisione internazionale 
del lavoro, dove viene a cessare la funzione dello 
stato-nazione come cellula base dei processi in- 
ternazionali di valorizzazione capitalistica e si dà 
l’impossibilità stessa di progettare lo sviluppo di 
economie nazionali indipendenti, le dichiarazioni 
di autodeterminazione di Slovenia e Croazia non 
appaiono anacronistiche solo e proprio in virtù 
della loro ammissione esplicita alla rinuncia a 
qualsiasi tentativo di reale indipendenza econo- 
mica. Anzi, ciò che si vuole “autodeterminare” è 
la migliore penetrazionedi capitali stranieri, senza 
dover sottostare a vincoli e laccioli determinati da 
governi centrali. 

Ma queste considerazioni non fanno che au- 
mentare lo sgomento. In linea di principio è dif- 
ficile negare ildirrtto aH’autodeterminazione, anche 
se portatrice di contenuti e progetti che non piac- 
ciono. Di più: pur individuando, per gli interessi 
che la sottendono, il carattere imperialista di que- 
sta guerra, esso non sembra poterla spiegare e- 
saurientemente, mentre si fatica ad accettare 
che lo scannatoio tra le genti dell’ex Jugoslavia 
sia possibile solo grazie alla propaganda nazio- 
nalista, alle artificiose contrapposizioni etniche 
volute e preparate a tavolino. Soprattutto se si 
considera che la Jugoslavia federale non era un 
prodotto della spartizione del mondo in zone di 
influenza, madiun’autenticaguerra di liberazione, 


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la cui memoria ancora dovrebbe conservarsi 
collettivamente. 

Sorge dunque l’interrogativo sulla “partecipazio- 
ne” popolare alla guerra, se riconoscersi di settori 
sociali anche subalterni nei rispettivi nazionalismi 
sia dettato da un effettivo bisogno di senso di ap- 
partenenza, etnica e nazionale. E se questo “bi- 
sogno di identità” abbia come sbocco inevitabile 
la sopraffazione di un gruppo su un altro, la cosid- 
detta “pulizia etnica”. 

Innanzitutto, al di là dei diversi percorsi all’indi- 
pendenza sui quali torneremo più avanti, non si 
può in generale assumere la partecipazione po- 
polare al conflitto come un dato di fatto. Pur nella 
melma di disinformazione e propaganda, abbiamo 
assistito negli ormai quasi due anni di guerra a 
chiari momenti collettivi ed individuali di rifiuto 
della stessa. Si calcola che un terzo dei richiamati 
alla leva (di qualsiasi nazionalità) abbia preferito 
la diserzione e la fuga ; centinaia di migliaia di pro- 
fughi abbandonano le loro case per fuggire alle 
atrocità delle milizie; da parte di intere regioni - 
vedi Plstria - dove il livello di convivenza interetnica 
era ed è altissimo non c’è partecipazione o contri- 
buto bensì il rifiuto della guerra; esemplare è il ca- 
so di Vukovar, la città posta al confine tra Croazia 
e Serbia dove il livello di convivenza, anzi, di sim- 
biosi interetnica (60% dei matrimoni misti) era 
altissimo così come era alto il livello di coscienza 
politica, che aveva portato gli operai di quella città 
a protestare u nitariamente davanti al Parlamento 
di Belgrado in difesa dei propri salari: e proprio 
Vukovar è stata rasa al suolo, e non certamente 
dai suoi stessi abitanti; nella Bosnia è da ricordare 
la manifestazione di novembre 1991 di 100.000 
persone a Sarajevo, prevalentemente operai e 
minatori, contro la guerra a pochi mesi dal refe- 
rendum sull’indipendenza imposto dalla CEE, 
con il ricatto del non riconoscimento della Bosnia 
a livello diplomatico né autonomamente della 
mini Jugoslavia. Non si tratta qui di rimpiangere 
lo stato federativo jugoslavo, tanto più che le con- 
dizioni per la contrapposizione e la guerra sono in 
buona misura cresciute al suo interno. Né si può 
negare l’esistenza di un forte consenso elettorale 
negli ultimi anni proprio a quelle forze che pro- 
pugnavano idee e soluzioni nazionalistiche. Tali 
programmi erano espliciti da parte di tutti, dal 
Partito Socialista di Milosevic in Serbia all’HDZdi 
Tudjman in Croazia, e proprio su questi si è co- 
struito il consenso, anche utilizzando clientelismi 


“etnici”. In Slovenia la situazione è stata ed è di- 
versa, con la secessione voluta praticamente da 
tutte le forze politiche e sociali, senza un partito 
che si caratterizzasse specificatamente come 
nazionalista. Inoltre sia in Slovenia che in Croazia 
il referendum per l’indipendenza ha avuto cara- 
ttere plebiscitario. In Bosnia, sebbene esso fosse 
la logica premessa alla guerra, ha riscontrato 
l’opposizione della sola componente serba, che 
a questo punto si è agganciata al progetto gran- 
Serbo di Milosevic. 

In base a tali considerazioni, se non si può affer- 
marecheci sia consenso dentro laguerra neppure 
si può negare che le parole d’ordine nazional-po- 
pulistiche, la voglia diffusa di separatezza in vista 
di una “collocazione” migliore, su base nazionale, 
nel quadro dell’integrazione economica, abbiano 
fatto breccia in larghi settori della popolazione. 
Quella che è mancata è stata la capacità organiz- 
zativa per una diversa soluzione della crisi jugo- 
slava, da parte di chi la guerra comunque non la 
voleva, e come si è visto non erano pochi specie 
tra i settori proletari. E’ nella mancanza di autono- 
mia politica, da parte degli operai e dei settori so- 
ciali bassi della popolazione nei confronti delle ri- 
spettive borghesie, che la guerra è diventata 
l’opzione per la risoluzione della crisi interna alla 
Jugoslavia. Tale mancanza di autonomia prole- 
taria e di forza organizzata che la esprimesse, 
che riuscisse ad imporsi nella dialettica con le 
forme di potere, si è storicamente determinata 
dentro quella particolare forma di socialismo 
reale che si è data in Jugoslavia. L’insieme di 
rapporti e di forme di rappresentanza sociale che 
si costituirono dentro il sistema detto delPauto- 
gestione”, se inizialmente furono condizionati dai 
bisogni e dalle istanze operaie e proletarie, nel 
loro sviluppo successivo hanno portato quelle 
stesse istanze ad appiattirsi e ad identificarsi con 
gli interessi particolari e corporativi di ogni singola 
azienda e singola repubblica, creando rivalità e 
rompendo il concetto stesso oltre che i vincoli di 
solidarietà del proletariato jugoslavo. 

Di fronte alla crisi economica sempre più acuta 
venutasi a sviluppare dalla fine degli anni 70, 
determinata dal venir meno del ruolo economico 
della Jugoslavia soprattutto nei confronti dei 
mercanti del Terzo Mondo e dal pressante debito 
internazionale, non è mancata tanto la protesta, 
molte volte durissima, ma una sua prospettiva 
unitaria e cosciente, di ricomposizione di classe. 


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Gli scioperi nella metà degli anni '80 hanno per- 
corsotutti i principali centri economici del paese, 
da Belgrado a Lubiana, da Zagabria a Spalato e 
così via. Ma proprio anche in risposta a questi 
scioperi, ad una rivolta sociale crescente in tutte 
le repubbliche, si è dato fiato alle trombe del 
nazionalismo; riuscendo a spostare il centro del 
conflitto dal piano sociale a quello inter-repub- 
blicano, in uno schema tutto sommato abbastanza 
classico in cui le responsabilità della crisi eco- 
nomica e del malessere sociale vengono scaricate 
sui supposti privilegi di altre parti della popolazione, 
guardacasodi etnia diversa. Questi meccanismi, 
è bene ricordarlo, sono comuni ai gruppi dirigenti 
di tutte le repubbliche non solo a chi ha scelto la 
secessione ma anche a chi, la Serbia, affermava 
a parole di voler mantenere lo stato unitario e 
conduceva contemporaneamente un naziona- 
lismo sfrenato eia repressione dei primi movimenti 
autonomisti in Kossovo e nella Voivodina, per 
altro nel silenzio generale delle altre repubbliche. 
T anto più assurdi appaiono i “nazionalismi” nell’ex 
Jugoslavia tanto più si assiste all’omologazione 
dei comportamenti e dei bisogni proletari dentro 
un modello economico, di rapporti di produzione 
e riproduzione sociale che oggettivamente ap- 
piattisce ed annulla le differenze. La Jugoslavia, 
certamente, non costituiva in ciò un’eccezione. 
Qual’è la diversità tra un operaio di Zagabria che 
lavora alla concessionaria della Volkswagen e 
l’operaio di Belgrado che lavora a quella della 
Renault? O tra le fasce di emarginazione di 
Spalato e quella di Maribor? 

Non si vuole negare l’esistenza di differenze, ad 
esempio quelle linguistiche, che comunque, an- 
che all’interno di paesi dell’est come la Jugoslavia 
erano rispettate e tutelate. Né saremo noi, come 
comunisti, a negare la diversità in ultima istanza 
di ogni essere umano rispetto ad un altro. 

Ma certamente non è questo tipo di diversità che 
ha portato la guerra nei Balcani! Si potrebbe anzi 
azzardare che il nazionalismo come ideologia 
può far breccia proprio sulla mancanza di identità 
culturali precise e che i soggetti, quando ne siano 
reali portatori, non tendono affatto a scannarsi, 
bensì a scambiare la propria diversità con quella 
altrui in un processo di arricchimento reciproco. 
Non si tratta in definitiva di assumere una visione 
apologetica della proletarizzazione dei popoli, 
che in maniera deterministica la individui come la 
“base oggettiva” della rivoluzione mondiale! 


Aprendo una parentesi su uno scenario molto 
distante da quello balcanico ma significativo, si 
vedano i contenuti e la ricchezza che oggi vengono 
apportati nelle Americhe dal movimento indigeno, 
quello dei 500 anni di resistenza indigena, negra 
e popolare alla colonizzazione. Lì, c’è una riven- 
dicazione non di nuovi stati-nazione, ma di na- 
zionalità, intesa come tutela e valorizzazione del- 
la propria effettiva diversità, determinata dal persi- 
stere di forme di riproduzione che non sono anco- 
ra completamente segnatedal modo capitalistico, 
seppure ne siano virtualmente sussunte. Lì non 
c’è affermazione di proprietà esclusiva di un 
popolo su u naterra, ma il concettodi appartenenza 
degli uomini alla terra stessa, in un rapporto di 
rispetto mutualistico con la natura. 

E dagli stessi discorsi e documenti prodotti dalle 
realtà indigene emerge l’intelligenza nell’indi- 
viduare percorsi comuni a tutti gli indigeni ma an- 
che ai settori popolari dell’America latina che non 
possono essere esclusi dal processo di lotta e 
trasformazione. Emerge inoltre la consapevolezza 
di essere portatori di una ricchezza culturale che 
può contribuire a soluzioni di problemi planetari, 
quali ad es. l’ambiente e il rapporto uomo-natura. 
E dall’individuazione di questi percorsi deriva una 
enorme propositività, non lo scontro inter-etnico. 
Tornando alla ex Jugoslavia è interessante vedere 
come il processo costitutivo di nuovi stati-nazione, 
di affermazione di alterità di ogni componente lin- 
guistica o religiosa somigli sempre più al sistema 
delle scatole cinesi. La legittimazione “storica” 
della diversità dei popoli sia andata a cercare a 
ritroso nei secoli, se non nei millenni, con l’ausilio 
di intellettuali compiacenti che nei libri hanno 
individuato Pesatto” periodo storico che dimo- 
strerebbe la supremazia di una etnia su un’altra, 
o il diritto nel sangue di una di queste a dichiarare 
la sua proprietà su determinati territori. Le etnie, 
la dove non esistono, si inventano. I musulmani 
di Bosnia divengono etnia mentre da qualsiasi 
altra parte i musulmani sono semplicemente i 
fedeli dell’IsIam, qualunque sia la loro origine. Si 
nega o si fa finta di non sapere che nei secoli gli 
“imbastardamenti” hanno fatto piazza pulita di 
qualsiasi "purezza etnica”. 

Da osservare la tendenza che prende piede nelle 
zone costiere della Croazia, dove il partito nazio- 
nalista di governo è generalmente uscito sconfitto 
dalle elezioni, a vantaggio di forze regionaliste 
che rivendicano una maggior autonomia am- 


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ministrativa. Guarda caso si tratta delle aree che 
attraverso l’attività turistica godono dei maggiori 
flussi di valuta, che a questo punto è davvero 
peccato versare nelle casse del governo centrale. 
All’inizio degli anni 70 fu proprio il rifiuto della 
Croazia a trasferire parte del reddito turistico al 
governo federale a determinare i contenziosi 
nazionalistici. Oggi questo si ripete su scala inter- 
na. E quale migliore argomento che non la “diver- 
sità” culturale, etnica dei popoli della costa (ef- 
fettivamente con una storia a sé) rispetto la 
Croazia interna per rivendicare il proprio diritto 
all’autonomia? 

Siamo all’affermazione della differenza nella 
differenza non in base a chissà quali origini di- 
verse, ma nella ricerca spasmodica di una collo- 
cazione privilegiata sul piano economico. Anche 
se. bisogna riconoscerlo, le posizioni regionaliste 
di Istria e Dalmazia si traducono nelPimmediato 
perlomeno come un rifiuto del massacro, e non è 
poco. 


La Slovenia 

Particolare è il caso della Slovenia. Questa re- 
pubblica è riuscita a dichiararsi indipendente con 
un costo relativamente bassissimo di vite umane 
e a tirarsi fuori dalla guerra che successivamente 
ha insanguinato la jugoslavia. 

Dal punto di vista economico si presentava con 
l’apparato produttivo industriale più sviluppato di 
tutto il paese. Numerose industrie lavoravano su 
commesse per l’esportazione nei mercati del 
terzo Mondo, soprattutto nel campo degli arma- 
menti e componenti elettroniche, me reato entrato 
in crisi con il progressivo deteriorarsidell’economia 
dei paesi africani ed asiatici che avevano intrapre- 
so la decolonizzazione. Nello scenario di crisi e di 
progressivo indebitamento con le banche gli istituti 
monetari internazionali che avviluppo la Jugo- 
slavia, la Slovenia, era la repubblica meno inde- 
bitata e contemporaneamente quella che maggior- 
mente contribuiva al bilancio federale, costituendo 
il 25% delle entrate, a fronte di una popolazione 
corrispondente all’8% del totale. 

Negli ultimi vent’anni, dopo la parziale liberaliz- 
zazione economica della fine degli anni 60, che 
concedeva ad ogni singola repubblica ed anche 
a livello aziendale una maggior autonomia negli 
accordi economici internazionali, la Slovenia as- 


sieme alla Croazia si è sempre più legata a settori 
del capitale tedesco e, in misura minore, italiano 
e austriaco. Il momento economico aveva il suo 
corrispettivo politico nella Comunitàdi Alpe Adria, 
comprendente, oltre le succitate regioni yugosla- 
ve, le regioni nord-orientali italiane, l’Austria e la 
Baviera. 

Il legame con il capitale straniero si è andato via 
via rafforzando, soprattutto in direzione della 
penetrazione tedesca, che nella Slovenia ha 
sempre visto il suo"naturale” sbocco nell'Adriatico 
sotto il profilo logistico e un passo in avanti nel 
controllodei mercati orientali del sud. Significativo 
in questo senso il finanziamento a capitale ger- 
manico del traforo alpino verso la Slovenia, delle 
infrastrutture viarie e di quelle portuali di 
capodistria. 

La Germania ha svolto un ruolo preciso nei tempi 
e nei modi della secessione slovena, accanto a 
quella croata, pronunciandosi per prima a favore 
del riconoscimento immediato della nuova entità 
statale, trascinando successivamente tutta la 
CEE ed evidenziando la contraddizione con 
l’America, che a tale riconoscimento giunse con 
mesi di ritardo. 

Può sembrare poco un ruolo di regione-ponte, 
unito alla consapevolezza che le proprie industrie, 
per quanto sviluppate nel quadro yugoslavo, non 
sono certamente in grado di inserirsi concor- 
renzialmente nel mercato internazionale, per 
spingere ad un tentativo di “indipendenza” che 
porterà ad una subalternità economica e ad un 
ruolo di “borghesia compradora” la classe emer- 
gente. 

Si considerino però le peculiarità slovene. La po- 
polazione raggiunge appena i 2 milioni, comprese 
le minoranze presenti in Italia e Austria. Il reddito 
familiare si è sempre formato dal salario aziendale 
integrato nella maggioranza dei casi con un 
minimo di proventi agricoli e animali derivanti dal 
possesso di appezzamenti di terreni, anche pic- 
coli. Oppure, specie nellezone montane, dall’affitto 
di case e stanze nella stagione turistica. 

Ora, con la liberazione economica si assiste alla 
costituzione di migliaia di imprese private, molte 
volte unicellulari, che operano soprattutto nel 
campo turistico e artigianale. Si cerca così di 
dare una risposta alla crescente disoccupazione 
industriale contemporaneamente sviluppare 
l’impresa privata, gettando le basi del “capitalismo 
sloveno”. In un paese così piccolo, con un numero 


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di abitanti ed una densità bassissimi, con poten- 
zialità non enormi ma credibili nel settore terziario, 
queste prospettive potrebbero anche dimostrarsi 
realistiche, consentendo una mobilità sociale ed 
in molti casi un arricchimento individuale che 
fungano da base sociale agli equilibri politici. 
Ovviamente non c’è linearità neppure in questa 
direzione. I processi di privatizzazione avvengono 
in un quadro legislativo indefinito che consente 
speculazioni pesantissime (molte aziende “di 
proprietà sociale” passano a cifre irrisorie agli 
stessi ex dirigenti delle stesse), mentre gli inve- 
stimenti di capitale straniero non raggiungono i 
livelli auspicati dalla classe politica. 

La conflittualità sociale, la resistenza contro i 
licenziamenti ed in difesa dei salari, per la salva- 
guardia dello stato sociale, non sono mai venuti 
in Slovenia, con unacontinuitàche la dichiarazione 
d'indipendenza ha spezzato solo per l’arco di 
poche settimane. Anche se è bene ricordare che 
la secessione e la costituzione dello stato sloveno 
ha trovato il consenso di tutti gli strati sociali e 
degli organismi politici e sindacali, non si è avuta 
una euforia generalizzata che cancellasse le 
contraddizioni sociali o le sublimasse nel sen- 
timento nazionalista. Il consenso si è perlopiù raf- 
forzato nel momento in cui la guerra nel resto del- 
l’ex Jugoslavia ha dimostrato la validità della 
scelta separatista, che in nome della diversità ha 
sottratto la Slovenia “civile e sviluppata” al groviglio 
balcanico. Sui due milioni di Sloveni il concetto di 
bisogno di difesa della propria particolarità, della 
tutela della lingua e delle tradizioni slovene, rie- 
sce a far presa con facilità, anche senza rag- 
giungere punte di eccessivo nazionalismo. Oggi 
l’insieme di questi fattori accentuano comunque 
una volontà che è di chiusura nei confronti degli 
immigrati delle altre repubbliche, molti dei quali si 
trovano in Slovenia da parecchi anni e devono 
ora fare i conti con la nuova legge sulla cittadi- 
nanza, chiaramente restrittiva. 

Del resto lo stesso presidente Kucan dichiarò di 
fronte la “comunità europea” che il suo paese si 
proponeva come “barriera contro l’immigrazione 
del Sud” verso i ricchi paesi europei. 

Concludendo queste considerazioni, non si può 
fare a meno di constatare ancora una volta come 
il “nuovo ordine mondiale”, in cui la guerra 
jugoslava si inserisce, sia in realtà un caotico 
intrecciarsi di scontri interimperialistici e guerre. 


Il conflitto balcanico è il prodotto di fattori esterni 
ed interni. Gli interessi imperialisti sull’area spie- 
gano solo parzialmente la guerra inter-repub- 
blicana, e certamente non il carattere prolungato 
che essa sta assumendo. 

La volontà di autoaffermazione di ogni “entità 
nazionale” nel processo di integrazione nel 
mercato mondiale delle varie aree-regioni balca- 
niche, ha condotto ad uno scontro nel quale il na- 
zionalismo si è dimostrato ancora uno strumento 
efficace di coagulazione sociale. Ma il suo carat- 
tere eminentemente ideologico mostra la corda 
da subito: nella totale assenza-impossibilità di 
qualsiasi progettualità “nazionale” e nelle potenti 
spinte centrifughe e regionaliste che già emergono 
all’Interno dei nuovi stati da parte di aree che 
intendono sottrarre la loro economia dalle grinfie 
dei governi centrali. 

E’ sbagliatoecomunque inutile qualsiasi rimpianto 
della vecchia federazione jugoslava, ma non si 
può fare a meno di vedere che la disintegrazione 
violenta del vecchio stato ha portato alla rottura 
di qualsiasi forma di solidarietà e di internazio- 
nalismotra il proletariato jugoslavo. I meccanismi 
messi in moto per costruire consenso ai nuovi 
governi lasciano ben poco spazio a discorsi e 
percorsi di convivenza, tolleranza ed eguaglianza 
dei diritti. Dentro al concetto, di per sé aberrante, 
di “pulizia etnica”, vi è la negazione del diritto 
stesso di cittadinanza in ogni repubblica ad altra 
etnia che non sia quella “nazionale”. La valu- 
tazione di un percorso di “autodeterminazione” 
non può a questo punto essere disgiunta dal- 
l’analisi sulla progettualità sociale della quale es- 
sa è portatore e sulla quale si fonda. 

Oggi l’iniziativa contro la guerra nell’ex jugoslavia 
può e deve ritrovare un riscontro immediato nella 
denuncia e nella lotta contro la militarizzazione 
dei nostri territori, in particolare nell’area adriatica, 
in previsione di un’eventuale intervento. Sulla 
pretestuosità degli “aiuti umanitari” e sulle stesse 
responsabilità del governo italiano e degli altri 
stati europei ed extra europei (vedi la Turchia) va 
svolta opera di controinformazione. 

E’ comunque importanteun lavoro di ricognizione 
e di reciproca conoscenza con quei soggetti che 
all’interno delle repubbliche ex jugoslave si op- 
pongono alla guerra o si configurino, nelle situa- 
zioni già “pacificate”, come i soggetti di una nuo- 
va conflittualità sociale. 


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OCCUPATO UN 
CENTRO SOCIALE A 
BOLOGNA 

Da una telefonata degli 
occupanti, 28/4/93 

Sto chiamando da Piazza Verdi, abbiamo oc- 
cupato un nuovo centro sociale, ribadisco che ad 
un anno e tre mesi dall’ultima occupazione, oggi 
abbiamo voluto dare a Bologna un nuovo centro 
sociale. 

Per adesso non si sono avuti problemi di sorta, 
non è arrivata la polizia, solo qualche Digossino, 
ma nessun momento di tensione. 

La giornata sta proseguendo , abbiamo montato 
l’amplificazione aH’internodelcentrosociale, dopo 
alcuni momenti di festa è seguita un'assemblea, 
in quanto un centro sociale neonato ha sicura- 
mente bisogno di una gestione interna ben definita, 
si è ribadito il concetto dell’importanza, della 
valenza, che assume un centro sociale, oggi, a 
Bologna, deH’importanza di tenersi questo posto 
a tutti i costi. Infatti la pratica dell’occupazione ha 
visto in questi ultimi tempi arresti di compagni ad 
Aosta, il blitz della polizia a Napoli, a Officina 99, 
dove la polizia è entrata sparando. 
Nell’assemblea si è discusso da una parte delle 
progettu al itàche deve espri mere u n centro socia le , 
dall’altra di problemi più tecnici, per quanto 
riguarda la conservazione dello spazio liberato. 
Riguardo a considerazioni più generali, si è ribadito 
che questo gesto non vuole restare alPinterno 
delle quattro mura, ghettizzarsi, ma vuole proiet- 
tarsi all’esterno come spazio che interagisce col 
sociale, siamo coscienti che un centro sociale, 
oggi, per vivere deve mirare molto alto sia a livello 
politico che culturale. 

Il problema non è sicuramente quello militare, 
perchè su quel piano perderemmo comunque, 
perchè non abbiamo attualmente la forza di 
rispondere militarmente ad un’azione della polizia ; 
il problema è quello di riuscire a creare un vero 
contropotere sociale sul territorio, cioè cercare di 
entrare nel discorso sulle tossicodipendenze, 
sull’immigrazione, del lavoro, del carcere, che 
sono i punti fondamentali che ci proponiamo di 


trattare. 

Per quanto riguarda la gestione dello spazio è 
impportante ribadire che l'occupazione è stato il 
culmine di una tre giorni sugli spazi che aveva lo 
scopo di portare nell’area il dibattito sulle 
occupazioni, sugli spazi liberati; anche in caso di 
sgombero, è importante che questi giorni di 
mobilitazione non si dissolvano nel nulla. Noi 
siamo determinati a tenere questo posto e in 
caso di sgombero cercheremo di mobilitarci subito 
per riprenderci lo spazio in questione, infatti la 
scelta che abbiamo fatto riguardo allo spazio da 
occupare è stata fatta proprio in questa pro- 
spettiva, lo stabile è del ‘300 e non può essere 
murato, e per essere sgomberato dovrebbe 
essere presidiato da polizia continuamente e 
quindi creare scompiglio, disordine, nella zona 
universitaria. 

Siamo determinati a tenerci il posto, stasera ci 
sono in previsione Jam Session raggamuffin ed 
hip-hop, sono stati fatti numerosi disegni e scritte, 
sta partendo adesso la video produzione sugli 
spazi sociali, alle 21 si terrà un’assemblea di 
gestione del centro sociale, in modo da attivare 
,in questi primi giorni, nel modo migliore lo spazio, 
si è inoltre puntualizzato che il comitato di gestione 
non sarà assolutamente un comitato ristretto, 
avràdei confini molto nebulosi che si delineeranno 
pian piano che quest’esperienza verrà porata 
avanti. 

Siamo per un posto sicuramente libero e teso 
all’interazione con tutte le soggettività che portano 
avanti discorsi sull’autorganizzazione, sull’auto- 
gestione degli spazi e quelle impegnate su te- 
matiche quali tossicodipendenze, immigrazione, 
carcere, ecc. 

Rinnoviamo, quindi, l’invito a venire al centro 
sociale e a partecipare ai lavori, all’organizzazione, 
alla gestione, in questi primi giorni, di questo 
spazio liberato. 

Stasera, 28/4, ore 21 ASSEMBLEA SULLA 
GESTONE DELLO SPAZIO OCCUPATO 
ALL’EX MENSA DI PIAZZA VERDI. 

Da Piazza Verdi è tutto. 


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Maggio 1 993 



ecn milano 


Abbiamo liberato un nuovo spazio 

nel cuore della cittadella universitaria ad un anno e tre mesi dall'ultima occu- 
pazione, violentemente repressa dalle forze dell 'ordine dopo solo una settima- 
na. I progetti di ristrutturazione e di utilizzo presi come pretesto per gli sgomberi 
delle varie esperienze dei c.s.o.a. a Bologna si sono sempre rivelati del tutto 
inesistenti, lasciando tutt'ora gli stabili inutilizzati (vedi saliceto/marzo 1992). 
L'occupazione deila ex mensa centrale esprime insieme rivendicazione ad 
autorganizzare il nostro vivere e momento di protesta forte nei confronti di una 
università che nega di fatto spazi e servizi a favore delle varie aziende 
appaltatrici all'Interno di un progetto di privatizzazione portato avanti 
contemporaneamente da università e amministrazione comunale. 
Rivendichiamo spazi non solamente come studenti universitari ma anche e 
soprattutto come soggetti-interlocutori con la realtà cittadina. 

Dalla esperienza dei c.s.o.a. abbiamo imparato molto: abbiamo imparato a 
gestire i nostri bisogni, ad organizzare autonomamente le nostre iniziative e 
rivendichiamo tutto ciò in modo forte proprio oggi che nello scenario bolognese 
non vi è niente e nessuno che sia capace di portare avanti una logica diversa 
da quella del business e del profitto. 

Il ribaltamento ed il mescolamento dei ruoli di utente e "propositore" è alla 
base del concetto di centro sociale la cui essenza nasce ed opera direttamente 
sul sociale. 

L'aggregazione spontanea e libera dei soggetti, la valorizzazione delle 
differenze ed il totale rigetto delle ideologie razziste e fasciste sono valori di 
fondo che vivono e si moltiplicano all'Interno dei c.s.o.a.; proprio per questo, 
sembra assurdo, che queste esperienze siano state negli ultimi anni 
violentemente represse e delegittimate dai mass-media con ogni tipo di 
infamia possibile. 

Non accettiamo nessuna mediazione istituzionale in tema di spazi, non perchè 
contrari a spazi dati dalle istituzioni ma perchè siamo convinti (non a caso) 
della totale indisponibilità dell'amministrazione comunale a risolvere questo 
problema. 

Si è visto infatti che la trafila burocratica del "link project", associazione 
fondata da una parte degli ex occupanti dell'isola nel kantiere, è da quasi due 
anni in attesa di assegnazione delle farmacie comunali dopo continue e mai 
rispettate promesse. 

In ogni caso non sarà certo l'assegnazione di questo posto che potrà risolvere 
il problema degli spazi a Bologna, città che conta 22000 case sfitte e migliaia 
di stabili abbandonati, mentre proliferano e si arricchiscono le grosse 
cooperative di partito. 

Oggi 28/04/1993 riaffermiamo con questa occupazione la nostra 
determinazione ad avere spazi sociali liberi dalla cultura della merce e ad 
amplificare tutte quelle voci: studenti, precari, disoccupati, immigrati etc. che 
sono da troppo tempo soffocate e velate dalla falsa ed ipocrita faccia 
democratica di questa città. 


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SPAZI VITALI 
SENZA VITALI 

26-27-28 Aprile 

Tre giorni di mbilitazione per gli 

spazi sociali. 

Questa iniziativa non vuole essere fine a sè stessa, come 
puro e sem plice momento ludico (dei quali si sente comunque 
il bisogno), ma vuole riportare in piazza, (dove altrimenti?) 
quella voglia di fare, di autorganizzare il nostro vivere e 
quella creatività che ci viene da troppo tempo repressa. 
L’esperienza dei C.S.O.A. , per chi l’ha vissuta s’intende, ha 
insegnato molto: abbiamo imparato a gestire inostri bisogni, 
ad organizzare autonomamente le nostre iniziative e 
rivendichiamo tutto ciò in modo forte proprio oggi che nello 
scenario bolognese non vi è niente e nessuno che sia 
capace di portare avanti una logica diversa da quella del 
business e del profitto. 

Il ribaltamento ed il mescolamento dei ruoli di utente e 
"propositore” è alla base del concetto di centro sociale la cui 
essenza nasce ed opera direttamente sul sociale. 
L’aggregazione spontanea e libera dei soggetti, la 
valorizzazione delledifferenzeeil totale rigettodelle ideologie 
razziste e fasciste sono valori di fondo che vivono e si 
moltiplicano all’interno dei C.S.O.A. e proprio per questo 
sembra assurdo che queste esperienze siano state negli 
ultimi anni violentemente represse edelegittimatedai mass 
media con ógni tipo di infamia possibile. 

NON ACCETTIAMO NESSUNA 
MEDIAZIONEISTITUZIONALE IN TEMA DI SPAZI, 

NON PERCHE’ SIAMO CONTRARI A SPAZI DATI 
DALL’ISTITUZIONE, MA PERCHE’ SIAMO CONVINTI 
(NON A CASO) DELLA TOTALE INDISPONIBILITÀ’ 
DELL’AMMINISTRAZIONE COMUNALE A RISOLVERE 
QUESTO PROBLEMA. 

Si è visto che la trfila burocratica del “link project", 
associazione fondata da una parte degli occupanti dell'Isola 
nel Kantiere, èda quasi due anni inattesa dell'assegnazione 
delle farmacie comunali dopo continue e mai rispettate 
promesse. In ogni caso non sarà certo l’assegnazione di 
questo posto che potrà risolvere il problema degli spazi a 
Bologna, la quale conta 22.000 CASE SFITTE E MIGLIAIA 
DI STABILI ABBANDONATI mentre proliferano le grosse 
cooperative di partito. 

10-100-1000 spazi autogestiti. 


[ quello che segue è il testo di un 
volantone distribuito oggi 29/4/1993 
nella zona universitaria di Bologna ] 

LA TORTA, 

LE FETTE... 

Ieri, 28/4/1 993, ALLE ORE 1 5, siamo entrati 
nella famigerata ex-mensa centrale dell’università. 
Questo spazio, che per anni l'Acostud ha usato per 
riempirci di veleno lo stomaco, potrà essere usato - si 
spera, e finché dura - per riempirci di idee il cervello e 
lasciarlo tracimare. 

Bologna ci impone la noia e lo svacco, e ce li fa pagare 
a caro prezzo. Il “modello bolognese”, checché ne 
dicano le statistiche o i reportages dell' "Economist”, 
è unagran chiavica: difatti, èfondatosullo sfruttamento 
di immigrati e studenti fuori-sede (lavoro nero e 
malpagato, strozzinaggio sugli affitti, strapotere delle 
immobiliari, etc.). In più, il costo della vita è tra i più alti 
d'Europa. 

Negli ultimi anni non sono mancate esperienze di 
resistenza e di attacco a questo modello: alla 
“cooperazione” mafiosa e clientelare delle varie 
Edilcoop (squadracce in maschera specializzate nel 
demolire gli stabili occupati...), Opencoop (spacciatori 
di merce culturale avariata...), Man utencoop (lestofanti 
raccattatori di commesse e di appalti...), centinaia di 
persone hanno opposto - in diverse maniere - la libera 
cooperazione sociale, l’autogestione, i tentativi di 
abbattere la barriera tra “utenti” e “gestori", il rifiuto 
della mercificazione della cultura. 

Nell'epoca in cui tutti i poteri costituiti sono in crisi di 
legittimazione, l’autogestione può diventare un’arma 
formidabile puntata contro la società dello spettacolo. 
UN’ARMA NUCLEARE TATTICA! 

Le istituzioni bolognesi hanno sempre risposto alle 
occupazioni con pestaggi, sgomberi, denunce, 
processi e calunnie, con l'avallo del "gentleman” 
Renzo Imbeni, che ha seduto per dieci anni, 
impeccabile, in un letamaio. Il suo successore Walter 
Vitali - soprannominato "Il Gorbaciov di Minerbio” - è 
colui che ha approntato il progetto-pilota di 
privatizzazione dei servizi (servizi sempre meno 
"sociali”), e la cui investitura è stata apprezzata da 
TUTTE le forze politiche (quando sono tutti d’accordo, 
ci schiacciano più facilmente). 

Sempre ieri, POCHE ORE DOPO 
l’occupazione dell'ex-mensa, l’assessore alla cultura 
Concetto Pozzati ha assegnato le ex-farmacie 
comunali di via Fioravanti alle associazioni riunitesi nel 
“Link Project”. Con quest'operazione burocratica e DI 
RECUPERO, la giunta cerca di rifare il trucco alla 
propria politica. Lo stratagemma è dividere i “duri” dai 
presunti "creativi”, perisolarechiunquenonsiadisposto 


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a patteggiare col Comune e rinchiudere la propria 
radicalità espressiva nella gabbia delle “compatibilità" 
istituzionali. In tal modo la giunta si presenta come 
“aperta alle esigenze dei giovani creativi", e può 
continuare a reprimere tutti gli altri, quelli che esprimono 
la loro creatività neli'AGIRECONTROTUTTI I POTERI. 

Oggi nessun giornale ha parlato Di noi. 
Meglio: vuoi dire che nessuno ha potuto parlare PER 
noi. L'"Unità” ha glorificato il partito di cui è organo con 
un lungo articolo sull’operazione di maquillage di Vitali 
e Pozzati. Riportiamo l'articolo, con alcune nostre 
chiose. 

Alcuni compagni anarchici e 
transmaniaci dal C.S.O.A. “Pelle 
Rossa”, P.za Verdi 2 

*** 

da: “L'Unità- Bologna”, 29/4/1993 

OTTOCENTO METRI QUADRI DI 
CREATIVITÀ' di Vanni Masala 

BOLOGNA. Quasi ottocento metriquadratidicreatività, 
divisi su due piani. Questa è l’ex-sede dei magazzini 
delle farmacie comunali in via Fioravanti 14, questa 
sarà la sede del Link project. Dopo anni di chiusure, 
lotte, occupazioni, proposte e imbarazzanti ostacoli di 
ognitipo, questa Bolognacel’hafatta, Unabuonafetta 
(1) della creatività giovanile bolognese, riunita in 
associazione (il Link, dall'inglese contatto, connes- 
sione) ha ottenuto dal Comune uno spazio dove potrà 
autogestire la propria produzione artistica. Un evento, 
indubbiamente, che se si svilupperà come nei propositi 
avvicinerà di molto Bologna a grandi città europee 
quali Berlino, Parigi, Amsterdam (2). Una decisione 
che, nelle intenzioni deH’amministrazione, vuol essere 
un investimento culturale col quale si premia non un 
gruppo, ma un'idea. Non una scheggia isolata nè un 
gesto "terapeutico" per sanare precedenti dissidi (3), 
ma un atto di giustizia verso il mondo della creatività 
giovanile. Lo ha sottolineato con forza ieri l'assessore 
allaCulturaConcetto Pozzati, raggiante (4) nell'annun- 
ciare che “finalmente tra noi politici la discussione è 
stata di un tasso culturale elevato: dalla cultura politi- 
cizzata si è passati ad una politica culturale". Certo, 
non tutto è andato “liscio”, e alla bozza originale sono 
state apportate diverse modifiche, ma il passo è stato 
fatto all’unanimità. 

Il Link project avrà in gestione lo spazio per cinque 
anni, e dovrà pagare circa un milione al mese d'affitto. 
Una bazzecola, se si pensa che potrà organizzare e 


“vendere" un'enormità, ha rimarcato sornione (4bis) 
l’assessore Pozzati, se si pensa che il Tennis Club 
paga per la sua concessione poco di più. Alla conces- 
sione manca ora lafirma ufficiale delle due parti, quindi 
inizieranno i lavori che in capo a pochi mesi porteranno 
alla trasformazione dei locali. Il Comune darà una 
mano di bianco, poi ci penseranno i ragazzi del Link. 
MA cos’è il Link project? Si tratta di un’associazione 
che riunisce parecchie realtà alternative operanti a 
Bologna. Alcune sono "vecchie” come il Damster- 
damned, nato otto annifa come collettivo studentesco 
e ormai noto per le attività culturali che organizza in 
città. Altre sono più recenti magià piuttosto conosciute, 
come ad esempio il Laboratorio Musica & Immagine, 
ensmeble di bravi musicisti che compone colonne 
sonore perfilm d'epoca, e le esegue dal vivo. E poi il 
videogiornale, la scuola popolare di musica Ivan lllich, 
l’Archivio di fotografia sociale, le Arti magnetiche, gli 
autocostruttori i.n.c., il Calibro 8, Conisuoni, Eliogabalo, 
Leopoldo Zelea Codreano, la premiata Albertik e 
associati, il Pratello Network Tv, lo Squeek Wheel, la 
S.U.K.A., ilTelefono Viola, la Banda Roncati. Un lungo 
elenco di gruppi, più o meno significativi [soprattutto 
meno, N.d.R...j, tutti attivissimi [?] nel mondo della 
produzione artistica giovanile. 

Come definito nella delibera approvata, il cuore dello 
spazio saranno i laboratori di produzione (cinema- 
tografia, video, fotografia, musica). Un forte accento 
è stato posto sul fatto che sarà un centro aperto, nel 
senso che i soci del Link dovranno offrire opportunità 
a chi esprime analoghe esigenze produttive. Sarà 
dunque un punto di riferimento, autogestito ma non 
autodeterminato (5). Come in ogni convenzione, tengo- 
no a far notare gli amministratori, LA VIOLAZIONE 
DELLE REGOLE PREFISSATE POTREBBE POR- 
TARE AD UNA REVOCA della stessa [enfasi nostra, 
N.d.R.j. Una scommessa? Anche: “investire nell’arte 
è sempre una scommessa nel futuro" - ha aggiunto 
Pozzati -, main questo caso noi ci troviamo di fronte a 
realtà che come Link non hanno fatto niente, ma che 
individualmente hanno alle spalle una notevole pro- 
duzione". Intenzione del comune è anche quella di 
ricorrere a servizi offerti dal centro che verrà, ma sen- 
za paternalismi, il fabbricato ospiterà anche l’archivio 
storico del Comune di Bologna, inesistente come 
entità organizzata, che sarà cosi disponibile per la 
ricerca storica. Un apprezzamento per la decisione è 
stato immediatamente espresso dal verde Beppe 
ramina (6), che ha sottolineato come “nonostante 
tutto si riapre lo spazio per una ridiscussione degli 
spazi per l’arte e la cultura a Bologna, dopo anni di 
chiusura a ogni istanza che non rispondesse alle 
politiche dell'assessore. A questo gesto ne devono 
seguire altri". 


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ecn milano 


NOTE 

1) L’uso di questa metafora rivela le vere intenzioni 
dell’Amministrazione comunale: tagliare la torta- 
movimento, mangiare una fetta alla volta tutto ciò che 
è digeribile e gettare il resto ai cani (celerini). 

2) Qui però non si dice cosa avviene 
EFFETTIVAMENTE a Berlino, dove ci sono interi 
quartieri di case occupate che le Autorità non 
sgomberano (e non perchè esperienze “pacificate", 
ma perchè gli sbirri non possono permettersi un 
tumulto al giorno). 

3) Tutto l'artciolo - e l’intero svolgimento della 
operazione- farmacie - afferma ciò che questa frase 
vorrebbe negare; quella trattativa è andata avanti per 
due anni senza esito alcuno e, guardacaso, giunge in 
porto poco dopo un'occupazione! 

4) Pozzati vede nel nostro possibile annientamento 
come uno spettacolo di prim’ordine e, nonostante si 
atteggi a “sornione", non riesce a frenare la propria 
contentezza. 

5) “Autogestione” senza “autodeterminazione": E' una 
gran bella barzelletta! 

6) Beppe Ramina: un recuperatore di professione. 

*** 

Un altro articolotrattava la questione Linksul medesimo 
giornale: il cantautore Claudio Lolli, chespesso si offre 
alla stampa locale per decrittare e “tradurre” tutto ciò 
che è “alternativo" e opposizione, firma un occhiello 
intitolato “SONO ANTAGONISTI MA AMANO IL 
SOLE". (Preghiamo notare la finezza di quel “ma”!) 
Dopo aver decantato, lungo tutto il suo articolo, la 
carica conflittuale di questa “intelligenza giovanile 
audace e radicale”, finalmente Lolli dice pane al pane 
e vino al vino : “è importante segnalare questa inversione 
di tendenza di cui va dato atto al Comune di Bologna: 
SOTTERRANDO UN’ASCIA DI GUERRADA TROPPO 
TEMPO IN LIBERA CIRCOLAZIONE [enfasi nostra, 
N.d. R.] è probabile che questa città abbia scelto di non 
disperdere la sua intelligenza...". Parliamoci chiaro: 
l’operazione-farmacie è un'operazione di pacificazione 
sociale. “Hanno fatto un deserto e lo hanno chiamato 
pace", Tacito. 


COMUNICATO 
STAMPA DEL CSOA 
PELLEROSSA 

Bologna 30 aprile 1 993 

Con questo comunicato intenderemmo 
rompere una sorta di isolamento comu- 
nicativo perpetrato dai media durante i tre 
giorni del meeting “spazi vitali senza Vitali” 
nonostante l’afflusso massiccio di parte- 
cipazione sensibile, in migliaiahanno affollato 
i locali dell’ex mensa universitaria occupata 
nella giornata di mercoledì, nessuna notizia 
relativa aH’avvenimento è stata riportata dai 
quotidiani e notiziari locali, attuando cosi un 
non certo professionale black out. 

Grande risalto è stato invece dato alla notizia 
dell’assegnazione delle ex Farmacie 
Comunali ai gruppi associatisi nella struttura 
LINK PROJECT, come se gli effetti di questa 
notizia potessero annullare l’esigenza 
dell’esistenza di diverse realtà generate dalla 
cronica mancanza di spazi e comunque 
dalla volontà di comunicare. 

Malgrado la richiesta di aprire un dialogo 
con i responsabilideH’inutilizzodellastruttura, 
chiusa circa un anno dopo la lunga, costosa 
ristrutturazione, l'unica attuale risposta è 
stato un ennesimo tentativo di boicottaggio 
eseguito nella notte tra giovedì e venerdì 30 
aprile alPinterno degli spazi occupati, quando 
una squadra, presumiamo organizzata, 
dell'Acostud si è introdotta nei locali, 
demolendo gli impianti elettrici; ancora una 
volta, come nellatradizione dei Centri Sociali, 
a una volontà dei giovani di costruire, si è 
risposto, da parte delle istitizioni, con la sola 
capacità di demolire. 

Immesso in rete da ECN Bologna. 


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A PROPOSITO 
DI SPAZI SOCIALI.... 

Grande risalto è stato dato, sulle pagine bolognesi dei 
quotidiani, alia assegnazione (progressista?) dei 700 
mq dell'ex magazzino delle Farmacie Comunali alle 
varie associazini cheformano il nebuloso Link Project. 
Ce ne rallegriamo, giacché non si parla mai abbastanza 
della necessità di spazi, di qualsiasi tipo, in questa, 
come in tutte le altre città; tuttavia non possiamo fare 
a meno di notare alcune “insignificanti" omissioni della 
stampa locale. 

Un'ora prima della tanto sospirata delibera comunale 
(2 anni di attesa), che ha posto fine ad un vero e 
proprio calvario e alle fittissime trattative, purtroppo 
mai pubbliche, veniva gioiosamente invaso lo spazio 
dell’ex Mensa Centrale di Piazza Verdi, al culmine di 
una intensa 3 Giorni di iniziative proprio sulla necessità 
di spazi sociali e pubblici. Nella sola giornata di ieri, 
mere. 28 aprile 1993, abbiamo contato la 
partecipazione di oltre 3000 (tremila) persone, che 
hanno dato vita a un'importante momento di festa 
collettiva, in un luogo alt resi sede abituale dello spaccio 
di eroina. 

Di tutto ciò non vi è traccia sulle pagine dei quotidiani 
locaki. 

Certi che si sia trattato solo di un lapsus momentaneo, 
il popoloso CSO Pellerossa coglie l'occasione di invitare 
le redazioni dei quotidiani a partecipare ad una 
piacevole chiacchierata/conferenza stampa che si 
terrà domani, venerdì 30 aprile ore 1 5,00, proprio nello 
spazio recuperato dell’ex Mensa Centrale. 

A questo incontro invitiamo calorosamente anche le 3 
(tre) Aziende coinvolte nel nostro gesto di “ECOLOGIA 
URBANA" : Acostud, Ateneo, Comune di Bologna. 

VENERDÌ' 30 ORE 15,00 

P-ZZA VERDI 2 - CENTRO SOCIALE OCCUPATO 
AUTOGESTITO “PELLEROSSA" 

Immesso in rete da ECN Bologna. 


CONTINUA L'OCCUPAZIONE DEL 
CENTRO SOCIALE PELLEROSSA... 

A quattro giorni dell’occupazione dell'ex Mensa 
Centrale di Piazza Verdi, edopolaconferenzastampa 
di ieri tesa a squarciare il velo del silenzio stampa dei 
mass-media, perdura il black out informativo, e su 
nessun giornale locale è possibile trovare la notizia 
dell'occupazione, (nonostante la partecipazione di 
migliaia e migliaia di persone alle Iniziative di questi 
giorni). 

Nel frattempo continuano le iniziative promosse dagli 
occupanti con concerti, proiezioni video, 
assemblee, ecc... 

Anche il black out elettrico, prodotto di un blitz congiunto 
fra operai dell'Acostud e forze dell’ordine, è risolto, 
dopo questi avvenimenti l'attenzione da parte degli 
occupanti è aumentata e non sisottovaluta un possibile 
intervento delle forze dell’ordine. 


A.M.D. per Centro di Comunicazione 
Antagonista - ECN Bologna 



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IERI SERA, SABATO 1 MAGGIO, 
DURANTE LE "CELEBRAZIONI" 

DEI SINDACATI UFFICIALI DELIA 
FESTA DEI LAVORATORI, ALCUNI 
OCCUPANTI DEL C.S. 
PELLEROSSA SI SONO 
APPROPRIATI DEL PALCO PER 
ROMPERE IL SILENZIO DEI 
MASSMEDIA SULLA 
LIBERAZIONE DI UNO SPAZIO 
SOCIALE E LA RELATIVA 
ESPERIENZA IN CORSO. 

Dal comunicato del CSOA Pellerossa letto dal palco di 
P.zza Maggiore per la " festa " del 1 maggio: 

Mercoledì 28/4, dopo 3 giorni di iniziative sugli spazi, 
che hacontato la partecipazione di migliaiadi persone, 
è stato occupato in P.zza Verdi il Centro Sociale 
Pellerossa (ex mensa universitaria in disuso da più di 
un anno). 

Chiara è la volontà dell'Amministrazione Comunale e 
degli organi di stampa a mantenere il più totale black 
out informativo sull’accaduto nel tentativo di giungere 
a una soluzione del problema degli spazi 
semplicemente nascondendo e reprimendo conio 
sgombero quella che è una reale esigenza di migliaia 
di persone, come dimostrato in questi giorni. 

Le vuote domeniche bolognesi sono le giornate ideali 
persoffocare nel nulla la protesta di chi non riconosce 
un sistema politico ormai delegittimato che si 
autoassolve sotto i nostri occhi, criminalizzando, senza 
averne alcun diritto, esperienze reali di autogestione 
e autorganizzazione. 

Immesso in rete da ECN Bologna. 


SEGNALAZIONI 
A.A.A. 1 

Inauguriamo la rubrica "SEGNALAZIONI A. A. A." 
(Agenzia Autonoma Acephale) con una "perla" tratta 
dal noto "settimanale di sinistra" AVVENIMENTI: 

“Se possiamo dire grazie a Di Pietro e ai magistrati che 
come lui lavorano a restituire l'onore a questo Paese, 
lo possiamo anche perchè ieri vi sono stati altri giudici 
(come Alessandrini, Ciaccio Montalto, Claudio 
Nunziata, Carlo Palermo, Stiz e CALOGERO, D'Am- 
brosio e Turone e Felice Casson e gli innumerevoli 
come loro) che, in tempi diversi, in contesti diversi, con 
idee diverse, hanno guardato dentro il potere, senza 
scendere a compromessi con il potere. Ed è l’opera di 
tutti questi giudici, con gli inevitabili errori, con la 
sofferenza che l’ha sorretta, DEPOSITATA COME 
UN GERMEdi consapevolezza dentro la magistratura, 
che spiega, in ultima analisi, perchè la magistratura 
oggi vive..." 

Giovanni Tamburino: “I giudici, rivoluzionari senza 
volerlo”, in: AVVENIMENTI, 21 Aprile 1993, pag. 19. 

Peccato che, in ultima analisi, per un imperdonabile 
errore la pubblicazione dell’ “articolo" non sia avvenuta 
due numeri prima: era, tondo tondo, proprio il 7 


APRILE. 



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ecn milano 


Carissime 
compagne e 
compagni ••• 

LETTEREDAL CARCERE 

DALLA REDAZIONE DI CONTROSBARRE 



Da Rebibbia il 31\marzo\93 

FRANCESCO 

PICCIONI 

Carissime compagne e compagni, 
ho atteso qualche giorno prima di scrivervi per vedere 
sec'eraqualche novità, ma anche perchè lasituazione 
generale è tale che non riesco molto a pensare alle 
questioni di galera (e si che ci sto dentro e che sui 
giornali di questi tempi non si parla d'altro! direte voi). 
Vedere questa classe politica, così a lungo combattuta 
da tutti i proletari e comunisti del dopoguerra, finire 
tanto ingloriosamente sotto i colpi di una magistratura 
percosì tanto tempo complice, è uno spettacolo un po’ 
strano, visto da qui. Quel che sorprende è però il 
silenzio delle piazze, dellasinistra sociale e antagonista: 
come se fosse sopresa a sua volta da tanto improvviso 
sconquasso. Probabilmente mi sbaglio, forse sono i 
giornali che non ne parlano, e magari tra un paio di 
giorni sarò smentito dalle dimensioni e dall’incazzatura 
dello sciopero generale: certo che se la classe non si 
muove per far sentire la propria voce ed i propri 
interessi in questo momento didebolezza estrema del 
vecchio sistema politico, e mentre ancora i nuovi 
padroni del vapore non hanno preso il loro posto, mi 
sembra forte il rischio che la piega degli avvenimenti 
penda un po’ molto a destra. Diciamo insomma che 
spero proprio di essere smentito al più presto dallo 
sciopero generale quant'altro la classe tirerà fuori 
dalle sue inesauribili risorse. 

La situazione dei prigionieri comunisti non ha subito 
naturalmente alcun mutamento. Le “voci" che girano 
danno per relativamente imminente un passaggio 
parlamentare della legge sull’indulto (sulla quale credo 
d'avervi già scritto il mio parere): in quel caso, 
naturalmente, i cambiamenti sarebbero di una certa 
rilevanza. Gran parte degli attuali prigionieri sarebbe 
liberata o messa in condizioni di accedere agli istituti 
“normali” previsti della legge Gozzini: a quel punto il 
problema diventerebbe un attento monitoraggio dei 
comportamenti degli uffici localmente delegati a 
decidere sulla liberazione dei compagni (ovvero 
un’attenzione rispetto a casi di”renitenza a liberare” 
che singoli giudici potrebbero esser tentati di mettere 
in atto). 

Spostamenti e trasferimenti, inquestasituazione,non 
ce ne sono praticamente più stati: solo casi singoli e 
momentanei di compagni per qualche processetto, 
per esami universitari o avvicinamenti percolloqui. La 
più tranquilla “normalità" sembra insomma essersi 
instaurata relativamente ai prigionieri politici. 

Resta parecchio "sgradevole" la situazione di 
detenzione a Novara e Trani, per motivi (come già vi 
scrivevo l'altra volta” molto "locali”. 

Del tutto diversa la situazione nelle carceri “normali”. 


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ecn milano 


Gli episodi di protesta si sono parecchio moltiplicati 
negli ultimi tempi, ma hanno assai poco a che vedere 
con i precedenti degli anni 70. 

Le richieste vanno un po’ tutte nelsensodiun ripristino 
pieno dei benefici della Gozzini, con le ambivalenza 
tipiche di quella legge. Il dato interessante è però che 
questa volta non sono state sufficienti le "promesse” 
fatte dal governo (il disegno di legge annunciato 
qualche giornofasu unatimida riapertura delle "misure 
alternative alla detenzione”). 

Per l'appunto il fatto che per i reclutamenti di nuovi 
agenti fosse predisposto un decreto, mentre per i 
benefici fosse previsto solo un disegno di legge ( il cui 
iter è incomparabilmente più lungo), è stato 
correttamente interpretato come una chiara e 
insopportabile proprio atutti!), ragion percui le proteste, 
nei modi civili e pacifici che caratterizzano l’attuale 
disgregatissima composizione sociale dei detenuti 
italiani, sono necessariamente continuate. Vedremo 
se e come cambieranno le cose. L’impressione è che 
qualcosa, a livello della politica carceraria, dovrà 
necessariamente sbloccarsi (parlo di politicacarceraria 
in relazione alla totalità dei detenuti italiani, 
naturalmente), perchè ormai tra sovraffollamento e 
discredito della classe politicagovernante la situazione 
perla massa rischia di diventare veramente intollerabile. 
Insomma, se si sono sentiti costretti afare”promesse" 
di aperture”, significa che lo spazio di manovra deve 
essere diventato veramente poco. Il che è comunque 
una notiziola positiva. 

Idee per iniziative non è difficile averne, e di questo 
normalmente discutiamo con compagni e situazioni 
qui a Roma. 

Non ho moitochiaro come faretra città diverse, aparte 
il coordinamento tra iniziative simili in città diverse e 
sotto un minimo di comune denominatore politico. 
Diciamo comunque che in questo momento ogni 
forma di pressione sociale sui problemi del carcere è 
largamente positiva e trova, mi sembra, assai meno 
resistenze di prima (quando sono loro che devono 
venirci, pare, si preoccupano molto più del fatto che il 
carcere “non sia disumano"). 

In particolare sulla liberazione dei prigionieri comunisti 
è il momento di iniziative di qualsiasi tipo che “ricordi no" 
l'urgenza del problema ( visto che a quanto pare c’è 
ormai sufficientemente consenso neH"'mondo politico 
parlamentare” sulla questione: il problema diventa 
semmai quello di impedire che “passi loro di mente", 
presi come sono dai tanti problemi di natura simile e 
che li toccano direttamente). 

L'unico favore che mi sento di chiedervi è questo, se 
vi è possibile scrivermi l’indirizzo della rivista decoder 
e di shake. Leggo sui giornali che si occupano in varia 
misuradicomputeretemi legati alle nuove tecnologie, 
e siccome nel nostro piccolissimo anche qui ci stiamo 
mettendo al lavoro con questi aggeggi ci piacerebbe 
leggere e discutere con chi ci capisce tecnicamente 
abbastanzaemantleneunpuntodìvistateoricamente 
e politicamente critico. 


Essendo naturalmente tagliati fuori da ogni possibilità 
di comunicazione “tecnologica” l’unica alternativa è 
quella della vecchia classica letterina e francobollo. 
Ve ne ringrazio fin da adesso. Per il resto a risentirci 
a presto un forte abbraccio da estendere a tutte le 
compagne e compagni che lavorano con voi. Hasta 
Siempre 

Da Rebibbia il 31\marzo\93 
FRANCESCO PICCIONI 



da San Gimigliano 1 9\4\93 

LUCIANO BONAFINI 


Ciao compagni e compagne, 
ho ricevuto ii vostro materiale, grazie! Vengo subito ad 
un problema che esiste e vive in noi detenuti comuni, 
anche se simpatizzanti, come lo sono io, della sinistra 
(estrema) e cioè al fatto “condono, indulto” che è la 
stessa cosa, cambia aggettivo non la sostanza: 

Da parte mia, sono d’accordo che escano tutti i bravi 
compagni detenuti delle varie carceri d’italia, è giusto, 
anche perchè cosi chiamata “emergenza” non esiste 
più. 

Ho parlato qui con altri detenuti per una loro 
discussione, niente, ho fatto leggere la proposta 
dell'indulto e le reazioni sono state varie, di tipo, anche 
loro hanno commesso reati comuni e non è giusto 
escano solo loro, o altro, perchè loro si e noi no? Mi 
sono messo nella testa le loro reazioni e spiegazioni 
e non ne ho, se non quello che i compagni devono 
uscire, o che comunque il loro fine pena non sia più 
mai, ma che sia una vera speranza, anche se la legge 
663\86 "m. Gozzini” è stata tappata con la scusa 
dell'emergenza mafia. 

Di conseguenza i detenuti comuni desiderano sapere 
se l'indulto o il condono viene ampliato anche per loro. 
E’ ovvio che ne usufruirei e di conseguenza esser di 
nuovo in libertà con i benefici della legge Gozzini. 

E' successo un brutto pestaggio sabato 17\aprile\93 
da parte delle guardie ad un detenuto, si sentiva 
urlare, qui è all’ordine del giorno prendersela con un 
detenuto, dato che sono frustrati psicologici. 

Quello che è il brutto è che la maggior parte dei 
detenuti se ne sbattono, questo è il tragico! lo gli ho 
urlato boia, ma non hanno accertato la mia 
provocazione, lo sanno che gli pianto un casino che 
metà basta. 

Non riesco a farmi trasferire a Padova-Treviso le sto 


14 


Maggio 1993 




ecn milano 


provando tutte, scioperi della fame, casini vari, scritto 
dappertutto, niente da fare e qui il carcere di San 
Gimignano è invivibile, chiusi in cella se non nelle ore 
deH'aria, mancanza di una biblioteca se non per una 
50ina di libri raccolti a ruffa, socialità poca o niente, 
telecamere in tutti i buchi impossibile, basta anche uno 
per ogni cella, è appostai E’ un casino questo carcere, 
preferirei il carcere di Belluno che è punitivo e di 
massima sicurezza, nell’82\83 ci sono stato e nell'ala 
di massima sicurezza c’erano quei delatori politici di 
Prima Linea e qualche, ora ci sono i mafiosi. 

Però meglio 11 nel punitivo che qui a subire, senza 

poterfar niente. E noi siamo il prodotto del capitalismo 

alio sfascio, costretti a viverci la storia con tutte le 

contraddizioni della stessa storia - e nostra - 

Cari compagni e compagne vi saluto a pugno chiuso 

rosso 

chiuso 

da San Gimigliano 19\4\93 LUCIANO BONAFINI 



Da Latina 5\4\93 

TERESA ROMEO 

Ciao mamme, scusate il ritardo, ma pure se è difficile 
da spiegare il tempo qui dentro vola. E purtroppo non 
sempre in modo fruttuoso, in ogni caso siamo qui, ie 
solite dieci, dopo i trasferimenti di cui sapete la 
situazione è stabile, per ora. Per il resto niente di 
particolare a parte il fatto che come in tutte le altre 
carceri si risente un pochino della "crisi” di fondi ( i loro) 
quindi un po’ di freddo (termosifoni spenti in anticipo) 
e riduzione dei lavori. 

Niente di tragico, in ogni caso - è oro rispetto ad altre 
situazioni - e non parlo solo di vivibilità interna vedi la 
situazione di Novara da quasi quarantun’anni-ovvero 
ogni scusa e’ buona! Caso mai ci dimenticassimo 
anche solo per un attimo con chi abbiamo a che fare 
Volevo chiedervi di mandarmi il materiale di contro 
informazione sull’AIDS e in particolare avevo letto un 
librettino dei compagni del centro con un ottimo lavoro 
sul tema (aveva la copertina gialla, ma non ricordo il 
titolo) sopratutto di informazione, con spiegazione dei 
termini medici di uso corrente e inquadramento della 
questione sia dal punto di vista medico che sociale. 
Fate voi - tutto ciò che ritenete utile - a presto con 
affetto. 

Da Latina 5\4\93 TERESA ROMEO 


DA TRAIMI 

LUCIANO FARINA 

Ciao compagne e compagni, ho ricevuto il vostro 
bustone con i 3 fascicoli ECN e le lettere allegate. 
Naturalmente mi ha fatto piacere leggere i materiali e 
aspetto come preannunciate la prossima spedizione 
con Incompatibili, Falastin, la lotta continua ecc. 

Si, avete ragione, i vecchi trasferimenti hanno fatto si 
che ora i prigionieri rivoluzionari sono concentrati qui 
aTrani, a Novara, a Carinola, mentre al femminile oltre 
a Latina e Rebibbia ora si aggiungono pure Messina 
e Carcere Montecristo in Provincia di Ancona, dove 
sono state trasferite due compagne. 

Qualche altro compagno è appoggiato a Rebibbia ( G 
1 2 ) per processi, esami... Ma a parte queste scarne 
notizie che sicuramente già conoscete avremo modo 
di parlarne un po' meglio della situazione reale dei 
prigionieri rivoluzionari anche perchè i mediae lo stato 
in questi ultimi tempi ovviamente lavorano a deformare 
la realtà e sviluppano nuove campagne di 
smemorizzazione con tanti ex rivoluzionari che non a 
caso si prestano al gioco. 

Un abbraccio a tutti, tutte Hasta Siempre. 

DA TRANI LUCIANO FARINA 



Da SAN VITTORE 6V4\93 

MASSIMO 

DOMENICHINI 

Care compagne, adorabili mammine, ho ricevuto nei 
giorni scorsi due vostre lettere, e , qualche tempo fa, 
un vostro vagli ( di 1 00.000 lire): desidero ringraziarvi 
di cuore per esservi ricordate anche del sottoscritto, e 
per un gesto di solidarietà. 

A dire il vero mi sento un po’ in colpa con voi: avevo 
ricevuto un’altro vostro vaglia l’anno scorso, ma pur 
ripromettendovi di scrivervi, ho sempre rinviato, senza 
riuscire poi a farlo. 

Spero capirete, era il periodo della morte di Nicola 
Giancola e non avevo testa per scrivere come avrei 
voluto. 

Comunque vi ringrazio di nuovo, anche per l'anno 
scorso, e spero non vi dispiaccia se prowederò a 


Maggio Ì993 


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ecn milano 


mandare quei soldi ad un altro compagno che, in 
carcere, ha sicuramente più bisogno di me. 

Per mia fortuna ho la possibilità di lavorare qui a San 
Vittore, non mi manca il necessario, e mi sembra più 
giusto così. 

Per il resto che dirvi? Ci sarebbero proprio tante cose 
da raccontarsi per conoscere meglio le rispettive 
realtà, perconfrontarsi e capire le rispettive esperienze, 
posizioni ed opinioni politiche maturate in questi anni. 
Improbabile farlo percorrispondenza,percui preferisco 
rimandare in tempi migliori sperando di potervi 
incontrare un giorno, forse neanche troppo lontano. 
Un forte abbraccio. 

Da SAN VITTORE 6\4\93 MASSIMO DOMENICHINI 



MARCO CAMENISH 

Carissime e carissimi, 

oggi mi è stato consegnato il vostro vaglia, inutile dire 
del mio grande piacere di questo vostro segno di 
solidarietà! ! Dato che CC ecc, ad iniziare dalla matricola 
del San Vittore hannopasticciatocon la miatraduzione, 
sono arrivato qui a Livorno quasi a mezzogiorno del 
26, giorno del LORO pro-cesso, che così è stato 
rinviato al 22 aprile (appena arrivato alla porta, mi ha 
mostrato la vostra assicurata, ma nella confusione 
non ho guardato i mittenti, sapendo la prassi del 
dopo.) 

I "disguidi”forse erano appositamente prodotti perchè 
troppe erano le persone solidali in attesa davanti al 
tribunale.... 

Non so come andrà a finire con la mia assegnazione, 
forse se la giostrano fra le direzioni di Mi. e Li., visto 
che lunedì 22/3 mi chiamo la magistratadi sorveglianza 
informandosi a umma umma a Livorno ci fossero delle 
persone affini nel senso delle dichiarazioni dello 
sciopero della fame. 

Se mi tornano in quel buco dovrò/riprenderò laprotesta 
con maggiore esperienzae determinazione, iniziando 
a non firmare per la sezione di m.s., così mi dovranno 
pure isolare. 

Questo perchè è oltremodo dura scioperare in 
compagnia mangereccia, sia per chi non mangia che 
per mangia. 

Del vostro recapito ho già sentito, o meglio letto, in una 
lettera del compagno Costa Pirisi , al quale è stato 
sequestrato un documento più allargato mio sullo 
sciopero di S. Vittore ed oltre , che penso avrete/ avete 
potuto leggere con la motivazione marcia"puòcostituire 


pericolo per l'ordinato svolgimento per la vita 
carceraria.” 

Il documento gli è stato mandato da compagni, al 
quale ho chiesta di copiarlo e farlo girare. 

Si sono ribellati, giustamente, ed un loro scritto di 
protesta\diffida (rivolto al Mag. di sorveglianza di 
Voghera) sarà pubblicato sulla Stampa Anarchica. 
Ci vogliono far crepare, seppellendoci vivi?! 

Non gli riuscirà fin tanto sia dentro che fuori, 
continueremo a lottare e rivendicare il nostro dissenso 
a loro signori dittatori e padroni della morte! 

Perciò anche vi abbraccio con grande gratitudine e 
fratellanza. 

Saluti Rivoluzionari 

Da LIVORNO 30\3\93 
MARCO CAMENISH ( MARTINO) 


Carissime\i compagni, 

breveme nte vi comunico che il 7\4sonostato ripostato 
qui e logicamente ho già in matricola ridichiarato lo 
sciopero, sta volta ad oltranza, ed ho rifiutato di 
firmare la compatibilità con gli altri differenziati, 
altrimenti sarei di nuovo stato messo in compagnia di 
cibo e di chi lo mangia. 

Ora sono al quarto piano, dove stanno quelli del 41 
BIS, ed ho una “reggia” a quattro posti tutta per me... 
Non mi dilungo sul processo: hanno dato 12 anni, 
richieste P.M. 15, “pago" un traliccio e lesioni aggravate. 
Il P.M. è appellante, una bombola “trappola” che 
secondo loro avrei fatto io sarà cucinata a parte. 
Costa P. è di nuovo a Voghera, dopo un giretto per 
processo. 

l\Lecompagne\i del bollettino mi hanno mandato ricca 
lettura degli scritti ecc. di Mao Tze Tung. 

Finalmente mi farò un po’ di cultura. In attesa tso 
(trattamenti sanitari obbligatori) mi farò risentire. 
Saluti libertari e rivoluzionari. 

DA SAN VITTORE 9\4\93 
MARTINO (MARCO CAMENISH) 


Cari compagnie vi invio: 6 fogli - traduzione della 
dichiarazione della RAF dopo il botto al carcere e due 
fogli di una panoramica ed uno con un ulteriore 
dichiarazione sullo sciopero della fame. 

Mi sono permesso di far girare dai\dalle compagni e 
compagne dentro\fuori il contributo dei compagni di 
Voghera da voi pubblicato. La traduzione del 
documento RAF è parziale come l’avevo a 
disposizione, pubblicato da un giornale (eh). 

Ho fatto del mio meglio, non è certamente un ottimo 
lavoro, ma vi assicuro, onesto e serio e l’ho fatto con 
piacere, comunque è perchè di contenuto secondo 
me di grandissima importanza e stimolo. 

Ma forse avrete già tutto e fatto meglio. 


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Maggia 1993 




ecn milano 


Sono di nuovo in compagnia di chi mangia 
“sovraffollamento” firma o non firma (povero 
illuso che ero...) ciò nulla toglie alla mia 
determinazione, è solo un filino più dura... Vi 
abbraccio con affetto e solidarietà rivoluzionari. 

DA SAN VITTORE 1 8\4\93 
MARTINO (MARCO C.) 


Al RESPONSABILI SANITARI DEL 
CARCERE DI SAN VITTORE E 
DELL'OSPEDALE CIVILE DI TURNO 
ALLE ISTITUZIONI RESPONSABILI - 
MINISTERO DI GRAZIA - DIREZIONE DI 
SAN VITTORE MAGISTRATI DI 
SORVEGLIANZA 
ALLE PERSONE \ DISPONIBILI \ 
INCARICATE A TUTELARE \ DIFENDERE I 
MIEI DIRITTI \ LA MIA VOLONTÀ 
ALLE PERSONE \ STRUTTURE 
POLITICAMENTE UMANAMENTE SOLIDALI 
IO, Marco Camenish nato il21\1\52 nato Schiech, 
dichiaro che comunque, ma con maggiore 
determinazione, ancora nel caso specifico e del 
percorso dello sciopero della fame: 

1) iniziato il 1 \02\93 e temporaneamente 
interrotto il 22\2\93, rireso il 7\4\93, e che 
terminerò volontariamente solo ed 
esclusivamente ad avvenuta assegnazione ed 
in attesa di trasferimento in altro carcere di ms 
minimamente vivibile, e con possibilità di 
convivere con altri prigionieri politici 

2) diventato estremo e necessario mezzo di 

difesa e lotta per la sopravvivenza psicofisica, 
dopo il rifiuto di 2 istanza di trasferimento in 
carcere di ms di trasferimento in carcere 
minimamente vivibile e con la possibilità di 
convivenza con altri prigionieri politici e con 
struttura adatta detenzione lunga e non da 
isolamento\transito come la sezione di ms del 
San Vittore - RIFIUTO qualsiasi imposizione di 
interventi sanitari quali 

accertamenti\cure\alimentazione coatta/ 

Vieto assolutamente assolutamente a chiunque 
di intervenire quando, perdeperi mento dovessi 
perdere la facoltà di intendere e volere e 
soprattutto .anche in questo caso 

VI ETO qualsiasi alimentazione artificiale e coatta 
Inoltre, in caso di decesso del sottoscritto 
desidero che oltre da personale sanitario 
incaricato dalle istituzioni, siano accertate le 
cause di un eventuale decesso anche da un 
medico di fiducia dei miei familiari e VIETO 
assolutamente qualsiasi prelievo, espianto, di 
organi del mio corpo. 

DA SAN VITTORE 19\4\93 MARCO 
CAMENISH. 



Maggio 1 993 


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ecn milano 


FUORI DA SANTA 
MARIA MAGGIORE 

NO ALLA COSTRUZIONE DEL 
NUOVO CARCERE A MESTRE 

CONTRO LA CULTURA DELLA 
REPRESSIONE, DEL CARCERE E 
DELLE ISTITUZIONI TOTALI 


Le carceri del nostro paese stanno 
scoppiando, la popolazione dete- 
nuta, da quando è entrata in vigore 
la legge Russo Yervolino è rad- 
doppiata. Una di queste è Santa 
Maria Maggiore. Negli ultimi mesi 
molto si è detto rispetto alla sua 
chiusura ... Si parla però della 
costruzione di un nuovo carcere da 
centinaia di miliardi, supertecno- 
logizzato e volto al massimo iso- 
lamento dei detenuti. Le pressioni 
per chiuderlo sono molte e “qua- 
lificate”: politici, sindacalisti, ma- 
gistrati. L’area di Santa Maria Mag- 
giore diventerebbe appettibile per 
vaste speculazioni .... Cosa c’entra 
tutto questo con le condizioni di vita 
dei detenuti, che fra l’altro ultima- 
mente hanno attuato degli scioperi 
della fame contro il sovraffollamento 
come a San Vittore e Rebibbia? Il 
carcere di Santa Maria Maggiore è 


orrendo ... ma sarebbe forse migliore 
un carcere nuovo in terraferma, tutto 
cemento armato e pareti bianche, 
sistemi di sicurezza etc...? 

Per questo appoggiamo e diamo 
voce alla piattaforma dei detenuti di 
Santa Maria Maggiore che chiedono 
l’indulto ed un amnistia, un minor 
uso della carcerazione preventiva, 
la depenalizzazione dei reati minori, 
ritorno ai “benefici” della Gozzini. 

A questo aggiungiamo la lotta per 
l’abrogazione di tutta la legge Russo 
Jervolino, per l’apertura di spazi di 
libertà, per il superamento del car- 
cere e di tutte le istituzioni totali. 
Infine non dimentich iamo che dentro 
le carceri e in esilio stanno centiania 
di compagni protagonisti dei conflitti 
sociali degli anni settanta rispetto ai 
quali rivendichiamo la liberazione. 

LUNEDI’ 3 MAGGIO 
AL CENTRO SOCIALE MORION 
ore 21 .00 -ASSEMBLEA 
SABATO 8 MAGGIO ORE 19.00 
CONCERTO DAVANTI A SANTA 
MARIA MAGGIORE 
DOMENICA 9 ORE 11.00 
DAVANTI AL CARCERE CONFE- 
RENZA-STAMPA - ASSEMBLEA 
CON LUCIO MANISCO 

C.S.A. MORION 


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Maggio 1993 



ecn milano 


Baruffe • 00 

Mi è capitato di leggere tutti insieme, con 
notevole ritardo, i messaggi in rete ormai 
vecchi di qualche mese, relativi alla polemica 
aperta da più parti a seguito di alcuni 
interventi di Transmaniacon di Bologna. Certi 
inconvenienti capitano ai poveri coyotes, 
obbligati per ..contratto a passare molto tempo 
ad abbaiare in modo insulso alla luna, invece 
che starsene collegati alla loro rete telematica 
in tempo reale! In questo caso tuttavia si è 
trattato di una fortuna, perchè prendere 
conoscenza di quella discussione in blocco è 
stata cosa certo meno difficile, e irritante, che 
andare dietro ad una simile agonia passaggio 
per passaggio. 

Giusto per togliersi un sassolino, altro che 
interrelazione, produzione di senso e 
comunicazione-in-rete! I compagni usavano lo 
strumento ECN come e peggio del ciclostile di 
una volta. 

Quella polemica era caratterizzata da un tono 
querulo e petulante - la verbosità rendeva 
noiosi persino gli insulti, producendo un 
remake del peggior settantasettismo - che mal 
si concilia sia con la serietà dei problemi 
affrontati, sia con le nuove forme comunicative 
che vorremmo veder nascere attorno all' ECN, e 
qualche volta ci pare di coglier e.. prima che 
momenti di delirio ci riportino indietro. 

Quanto al merito, alzare ..palette tardive - 
anche se a me l'intervento che ha dato origine 
alla discussione era piaciuto - non serve a 
nulla. L'unico motivo che giustifica un ritorno 
sul tema mi sembra il discorso, attuale assai, 
sul corteo. E' un punto importante: 
riducendolo all'alternativa se si tratti di una 
forma di lotta attuale o meno, e quale ne sia la 
modica quantità permessa, le due posizioni 
fieramente avverse ci hanno fatto vedere il loro 
peggio. 

Proviamo un approccio diverso. Il corteo è 
forma propria della mediazione politica. La sua 
conclusione è volta a volta la vittoria (o la 
sconfitta) nella scadenza contrattuale, la 
vittoria elettorale, la caduta di un governo, la 
costituzione del fronte, l'insurrezione. La 


diversità degli sbocchi elencati - milioni di 
compagni ci hanno dato la vita, nelle mani del 
nemico come pure, purtroppo, ammazzandosi 
reciprocamente..- non toglie che egualmente, 
in tutti i casi elencati, di mediazione politica si 
tratti. Il corteo per eccellenza è quello del 1 
maggio parigino che nel '35 ('34?), contro la 
volontà dei dirigenti dei due partiti, lancia la 
parola d'ordine dell'unità d'azione tra 
socialisti e comunisti , aprendo la strada alla 
caduta della destra ed al successivo fronte 
popolare. 

Il corteo in altre parole è strumento cardine 
della lotta per l'emancipazione sociale e 
politica del proletariato, nel più ampio senso 
del termine. Sappiamo tuttavia che la dialettica 
di emancipazione e di liberazione, sub specie 
dei due tempi - portare a termine la lotta 
economico-politica per l'emancipazione del 
proletariato internazionale, per poi cominciare 
a costruire mi' umanità più libera - si è rivelata 
una trappola della storia, trasformandosi in 
giustificazione ex ante di un tragico crescendo 
di disastri e di orrori. Costruire liberazione, 
individuare e percorrere i passaggi 
dell' autodeterminazione è problema immediato 
che i nuovi soggetti dell' antagonismo devono 
affrontare e vivere nell'oggi, non 
demandandoli ad un dopo, ad una ipotetica 
fase successiva resa, già per questo solo 
posponimento, irrealizzabile. 

Non mi trattengo. Dubito infatti che ci possa 
essere qualcuno, tra chi segue il lavoro della 
rete con un minimo di coinvolgimento - senza 
scambiarla cioè scioccamente per un 
investimento fisso, tipo fax o fotocopiatrice - 
che non sia d'accordo, almeno fino a questo 
punto. Andiamo avanti. 

Quanto affermato significa anche che non 
siamo davanti ad un classico cambiamento "di 
fase", cioè ad un passaggio rettilineo, lineare, 
sia pure di dimensioni gigantesche. 

Nella sussunzione reale intere sezioni di 
relazioni produttive provenienti dal passato 
assetto capitalistico vengono precipitate e 
riplasmate all'interno di diverse regole e 
rapporti generali, restando però come tali -sul 
terreno, per così dire, di una microanalisi - 
sostanzialmente uguali a se stesse. In altri 


Maggio 1993 


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ecn milano 


termini, il problema della lotta per 
l'emancipazione e delle sue alterne vicende, 
non viene certo meno, come del resto gli 
avvenimenti di quest'ultimo anno ci 
dimostrano ampiamente. Il corteo di 
conseguenza vive - e vivrà, quanto a questo, 
altroché se vivrà! - proprio dentro il continuo 
ripresentarsi di drammatiche battaglie di 
resistenza all'attacco alle condizioni di vita dei 
lavoratori, allo svuotamento delle politiche 
sociali, ecc.; in altre parole, vive sul terreno 
dell' emancipazione, con tutto il suo spessore di 
mediazione politica. 

La grande manifestazione romana del mese 
scorso viene in nostro aiuto, consentendoci 
un'analisi più approfondita. Per un verso, si è 
trattato di una riprova di quanto fin qui 
affermato, del vigore di una forma di lotta 
tradizionale che si iscrive nel patrimonio 
genetico del movimento operaio. Proprio 
queU'immenso corteo tuttavia, che in 
apparenza si sarebbe potuto scambiare per un 
ritorno alla grande del vecchio antagonismo, 
fornisce non un indizio, ma una prova sicura 
dello sfondamento verticale operato dalla 
sussunzione reale. Non si può infatti 
nascondere, di quella scadenza, la centralità di 
un aspetto inesplicabile, almeno secondo gli 
schemi di ragionamento tradizionali. 

A seguito della più grande manifestazione di 
piazza, con maree di bandiere rosse, che si 
vedesse da oltre dieci anni, è infatti avvenuto 
che ..la Borsa avesse un significativo rialzo. 
Anche per altri motivi, certamente, ma 
principalmente per questo! 

Ho detto a bella posta "a seguito" e non 
"nonostante" . Infatti proprio quel corteo, 
riproponendo sulla scena un soggetto sociale 
(il proletariato industriale) da tempo assente, 
consentiva anche il rilancio di quello tra i 
soggetti politici che formalmente ne aveva la 
rappresentanza: la sinistra istituzionale nelle 
sue diverse sfaccettature (parlamentare, extra, 
ultra..). Il tutto ha contribuito a dare mia forte 
sensazione (non so quanto esatta, ma questo è 
un altro discorso) che la situazione movesse 
nella direzione di una mediazione politica di 
qualche genere. 

Questo discorso vuol essere una critica alla 


grande manifestazione? Certo che no: tra 
l'altro, la stessa reimposizione di una 
mediazione politica che vedeva la presenza al 
suo interno di una componente data per 
dispersa risulta in certa misura, almeno 
inizialmente, positiva. Non solo quindi va 
benissimo quel corteo, ma sarebbe stato 
drammatico un suo fallimento, sul delicato 
terreno su cui era chiamato a dimostrare la 
propria esistenza un inedito mélange di 
stratificazioni sociali e politiche tra loro 
profondamente diverse. 

Si capisce peraltro anche come certi., 
reinnamoramenti per fenomeni che sembrano 
riportarci alla saga dell'operaio massa 
richiedano di essere subito raffreddati. Non per 
negare, diminuire, relativizzare l'importanza 
di quelle manifestazioni, ma per collocarla più 
correttamente nel quadro delle relazioni 
generali proprie della sussunzione reale. 
L'importanza, da questo punto di vista, 
potrebbe anche risultarne ingigantita.. 
Un'ultima osservazione, ancora sid corteo: il 
ragionamento svolto sin qui, necessariamente 
schematico, potrebbe a sua volta aprire la porta 
a nuovi fraintendimenti. Si sono tenuti infatti 
rigorosamente distinti i due versanti 
dell' approccio (emancipazione e liberazione), 
limitandosi ad affermare la loro necessaria 
compresenza temporale. 

Si tratta però - è intuitivo - di un artifizio, 
utile solo all'analisi iniziale. Se emancipazione 
e liberazione convivono, all'interno dei 
movimenti reali si avrà contaminazione, 
interazione, impossibilità ben presto di 
distinguere le forme pure dell' una da quelle 
dell’altra, nascita di nuove forme 
originarie.. siamo qui per sperimentare, infatti! 
Quanto detto può certamente risultare 
discutibile, ma potrebbe essere doppiamente 
utile. Nel merito, mi auguro, come contributo 
al dibattito; e magari anche come contributo a 
delineare - senza la pretesa completezza e 
approfondimento del documento scritto, ma 
anche senza forzature polemiche assembleari - 
un possibile modo di operare provocazioni 
controllate a mezzo rete. 

coyote. 


20 


Maggio 1993 



ecn milano 


A PROPOSITO DEI 
TESTI "BARUFFE" 

(BY COYOTE) E 

"SULL'IMPOTENZA 
DELLA RABBIA DI 
PIAZZA" 

(BY ENRICO 
SEMPRINI)... 

Quando, nel dicembre '92, scagliai in rete il mio file 
contro la forma-corteo, l’intenzione era proprio 
quella di irritare, di alimentare il disagio - sempre più 
diffuso tra i compagni, ma mai espresso "fuori dai 
denti" - per una pratica portata avanti 
meccanicamente, per inerzia (“il movimento ha 
sempre fatto i cortei, non vedo perchè ora dovrebbe 
smettere di farli!") o per riflesso condizionato (“C’è 
stata una provocazione? Facciamo un bel corteo! Ci 
hanno sgomberati? Facciamo vedere, con un bel 
corteo, che NO PASARAN! hanno fissato la data del 
processo? Ribadiamo con un corteo che la lotta di 
classe non si processai"). Visto che nel movimento 
si era ben lungi dall’interrogarsi sull’efficacia di 
codeste parate e processioni, cercai di ridurre 
brutalmente le distanze, inventandomi una querelle 
che facesse uscire allo scoperto altra gente. 

Qui a Bologna i compagni più “pavloviani" presero a 
schernirmi o, nei migliori dei casi, la ritennero una 
polemica inutile (“la solita BUIatal") , una tematica 
peregrina. Dopo la manifestazione del 25 febbraio, 
un compagno mi disse: "Hai visto, coglione? Altro 
che muffa! Lo sai quanti eravamo?”. 


La polemica in rete tra Fabrizio e B.&B. è stata 
sicuramente insoddisfacente, ma coi successivi 
interventi (di Coyote e di Enrico di Modena) il livello 
si è alzato notevolmente... Una cosa c’è da dire: 
senza quel mio intervento durante la settima puntata 
di Transmaniacon (torto o ragione che avessi...), 
nessuno nell’Aui.Op. si sarebbe mai sognato di 
mettere in discussione la forma-corteo, che si 
avviava a diventare un fattore “ambientale” scontato 
e indiscutibile, come il fatto che quando piove sì 
formino le pozzanghere! 

Quando, due anni fa, ho iniziato a mettere in rete 
materiali teorici e spunti per la discussione, la rete 
veniva prevalentemente usata come un fax (come 
dice Coyote, “un investimento fisso"); dentro (a parte 
pochi files ) c’erano volantini, dispacci d’agenzia e 
cose ancora più noiose. Oggi, grazie all'impegno di 
tutti, la situazione è migliorata sensibilmente. Le 
anime belle non saranno d'accordo, ma le 
polemiche tra Semprini e Nabil, o quelle tra Lato e i 
piemontesi, SERVONO A CRESCERE. Quando è 
nato il network delle radio, noi di Transmaniacon 
abbiamo temuto un calo qualitativo e d'interesse 
nell'uso di ECN da parte dei compagni, così 
abbiamo deciso di FORZARE l'utilizzo della rete, e ci 
siamo riusciti. 

E ora: 

Enrico trova “sinceramente indifendibile" il punto di 
vista “formalistico” adottato dai transmaniaci. Questo 
perchè Enrico evita di parlare del corteo come di un 
“rito”, di un “cerimoniale"; e invece il corteo è una 
forma politico-culturale suscettibile di essere 
interpretata come un “testo". 

E’ innegabile che anche se il testo-base di un rituale 
ripetitivo come il corteo rimane immutato nel tempo, 
il suo “significato” può essere profondamente 
diverso secondo la natura del contesto. Ciò che è da 
stabilire è se l'immutabilità del rito sia nulla più che il 
riflesso di una situazione statica generale o se, visto 
che viviamo in un periodo di cambiamento, di crisi e 
di conflitto, l’immutabilità sia una scelta deliberata al 
fine di garantire nei militanti un senso di continuità e 
di consolazione. Secondo me la rappresentazione di 


Maggio 1993 


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ecn milano 


piazza dei compagni oscilla tra questi due significati; 
i coreografi antagonisti cercano invano di integrarli, 
di operare una “ sintesi ”, ma riescono solo a 
polarizzare la partecipazione, gli slogans e tutto il 
resto da una parte o dall’altra del “dilemma", 

Intendiamoci: immutabilità del testo-base non 
significa rigidità dei dettagli esecutivi. La cerimonia 
può essere rappresentata in modo impeccabile o 
sbracato; può essere preparata puntigliosamente o 
affrontata alla cazzo di cane; i partecipanti possono 
essere annoiati e indifferenti oppure 
appassionatamente convinti dell'importanza storica 
dell’evento; questa "elasticità" ci permette di capire il 
significato interno della rappresentazione, significato 
che dipende dal contesto/Codice (l’ecosistema dei 
rapporti di potere, proprietà e produzione). 

La manifestazione a Rimini contro Muccioli, a 
giudicare da come me l’hanno descritta i compagni 
che se la sono sorbita, era più vicina al primo 
significato: l’immutabilità del suo testo-base era un 
riflesso - e un supporto - della miseria in cui si 
crogiola attualmente il movimento. 

La manifestazione del 12/12/1992 a Bologna - 
l'ultima a cui ho partecipato - oscillava, di metro in 
metro, tra i due significati: si era voluta una grande, 
“unitaria”, tradizionale, commemorativa 
manifestazione “di popolo”, per garantire ai 
partecipanti un senso di comunità e di continuità coi 
passati cicli di lotte. L’immutabilità dei testo-base 
connotava quello che Balibar e Wallerstein 
chiamano “il doloroso dilemma dell’etnicizzazione": 
la classe che troppo spesso si crede e si 
rappresenta come “popolo”. 

Ma verso la fine del percorso, l’irruzione dei 
“creativi” (sighì), molti dei quali erano in realtà grigi 
quadri e dirigentucoli della sinistra universitaria, ha 
polarizzato la rappresentazione verso l’altro 
significato: credendo di sembrare gioiosi, 
imprevedibili e “comunicativi" solo per il fatto di 
suonare più forte la trombetta nelle orecchie degli 
sbirri, in realtà non hanno coinvolto nessun 
passante, e hanno rischiato di farci massacrare a 
manganellate. L’immutabilità non era più deliberata, 


e tornava a riflettere - immediatamente - ia miseria 
del movimento. 

L'errore di Enrico è di non vedere che forma e 
sostanza sono un tutt’uno. Proprio per questo 
l'impostazione “teatral- situazionista" (Semprini, 
questo è un ossimoro!) non contrasta 
insanabilmente con la critica dell’economia politica, 
ma completa e supera quest’ultima in una critica 
radicate che affronta il dominio del capitale nella sua 
globalità. 

Arrivando a Coyote: 

io non credo che, analizzando il corteo del 25 
febbraio nel quadro della sussunzione reale, la sua 
importanza possa risultarne ingigantita. Il tramonto 
definitivo del paradigma taylor-fordista e delle 
politiche keynesiane continua a creare 
disorientamento tra i lavoratori “sindacalmente" (latu 
sensu) attivi, mentre la potenza delle nuove 
soggettività (intellettualità di massa, operaio sociale 
autcetera ) rimane, appunto, IN POTENZA. 
Soggettivamente, i moti d’ottobre sono stati - e come 
avrebbe potuto essere altrimenti? - disperati tentativi 
di "autogestione della miseria", anche se hanno 
evidenziato positivamente la crisi di razionalità e di 
legittimazione in cui si dibattevano i sindacati 
confederali (e la logica stessa della rappresentanza, 
anche “di base”...). Voglio dire: non sputo certo 
sopra quella rabbia e quelle mobilitazioni, ma è 
straziante vedere il declino di un soggetto che ha 
avuto come tensione storica la liberazione 
dall’economia e dal salariato e che ora - costretto 
alla “guerra di posizione" e alla sopravvivenza - 
cerca dì presentarsi come ultimo “vero” difensore 
del lavoro e dell’economia nazionale. Chiaramente è 
un’impressione, non un giudizio lapidario. 

Sia il testo di Enrico che quello di Coyote 
contengono importanti spunti. Quello che mi 
interessa far loro capire è che i nostri punti di vista 
non sono opposti, ma complementari. 

R.B., 26 aprile 1993 


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Ben milano 


"BALIA COI NAZI" 

Riceviamo da “li Resto del Carlino”, venerdì 23 aprile 1993, notizia dell’uscita dell’ultimo 
capolavoro di Franco Berardi, in arte “BIFO”, dal titolo “COME SI CURA IL NAZI”. 

Non ci soffermiamo sulle importanti questioni scientifiche affrontate in questo storico 
testo, ma traiamo queste notizie dall’articolo del “Carlino”: 

“...E proprio per esorcizzare la paura del ‘contatto’ con i naziskin, lune-dì 26 aprile, alle 
ore 22, alla discoteca ‘Akab’ di Roma, si terrà una ma-nifestazione per salutare ‘Il 
manifesto della nuova tolleranza’, ideato da Franco Berardi: giovani con simpatie 
‘estremiste’ opposte si ritroveranno a ballare e a parlare insieme per un happening che 
qualcuno ha già de-finito ‘storico’...” 

Notiamo, inoltre, che il libretto di “Bifo”, comprende un capitolo, inti-tolato “I Rudi” 
(versione ufficiale di un testo molto meno grazioso fatto circolare sottobanco a Bologna, 
e che conteneva un indefinito “carico” di calunnie - rivolte A CHI?). 

Non manchiamo l'occasione per ringraziare di cuore i compagni della libreria antagonista 
“GRAFTON 9” (Bologna), che hanno intrapreso subitanea diffusione del best seller (che 
viene ad affiancare il vasto campionario dei capolavori bifiani diffusi da questi ed altri 
compagni). 

Gli anni ’90, si sa, sono finiti da un pezzo! 

Lasciamo la memoria ai fessi! 

con affetto, 

“i Rudi”, Bologna, aprile 1993 


E r serio o faceto? 

Non ci è chiaro lo spirito del comunicato contenuto in Rudy.doc. 

Di questi tempi è meglio chiedere spiegazioni anziché dare addosso, sbagliandosi. 

Il dubbio, se non si è capito, è se i “RUDI” di Bologna sono “seri”, e quindi simpatizzanti 
dell’unità tra destra e sinistra, oppure "faceti”, eppercio’ ironizzanti sul libro di BIFO e su 
simili pagliacciate. 

Nel primo caso, si allarga la preoccupazione perchè su ECN girano te-sti chiaramente 
dediti a sottolineare possibili convergenze "da sinistra” con la “nuova destra”, citando 
riviste quali TENDENZE, ORION ecc, inneggianti ad un presunto “nazionalcomunismo” 
(una volta lo chiama-vano nazionalsocialismo!), tutto senza che in rete ci sia un serio 
dibat-tito, non polemico o antirevisionista in senso tecnico, bensì politico e con dialettica 
marxista, sulla democrazia, il capitalismo e i loro “figli” nazismo e fascismo. 

Altrimenti, se è vero il secondo caso, restiamo sempre in attesa di una presa di posizione 
seria, che confuti le tesi revisionistiche, di destra e di “sinistra”, e riscattare la sinistra 
rivoluzionaria dall’idiotismo di alcuni e dal formalismo di troppi. 

Alcuni compagni di Roma 


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ecn milano 


Al COMPAGNI DEL 
POLO ECN DI ROMA 

Cari compagni, 

abbiamo letto la vostra richiesta di spiegazioni riguardo 
al file RUDY.DOC, ma non è di quel file che vogliamo 
scrivervi: pensiamocele i compagni “rudi’’che lo hanno 
uploaded siano disposti a chiarirvi tutto quello che 
volete; una cosa è certa: si trattava di un comunicato 
di CONDANNA al flirt tra Bifo e i neonazisti, e ci chie- 
diamo come possano essere nati equivoci su questo! 
Il problema è comunque un altro: in rete il dibattito è 
sostituitodallescomuniche, dalle minacce, dall'ottusità, 
da raccapriccianti e ingiustificate accuse di “filona- 
zismo” etc. Per quanto ci sarà possibile in questo di- 
spaccio, vogliamo chiarire alcune cose UNA VOLTA 
PER TUTTE. 

Dalla nascita di ECN, in rete non è circolato neppure 
un (non uno che sia uno!) documento che auspicasse 

0 realizzasse "convergenze" tra destra e sinistra. Per 
quanto ci riguarda, abbiamo messo in rete i seguenti 
due gruppi di files: 

1. ANTISION.ASC, TENDENZE.ASC, NEWRIGHT.DOC, 
NAZIMYTH.ASC nei quali a) si analizzavano e disvelavano 
le alchimie teoriche della Nuova Destra; b) si 
denunciava ogni similarità o isomorfismo (anche “solo" 
linguistico, di enunciati, intenzionale o meno...) tra 
sinistra di classe e destra radicale; c) si criticava il fatto 
che la balorda e retorica demonizzazione dei fascisti 
abbia conferito a questi ultimi uno status di “eroi 
maledetti”, permettendo loro di celare la propria natura 
di piccolo-borghesi squallidi e frustrati, e di incanalare 
nel discorso neorazzista una certa voglia di 
“antagonismo” e di “opposizione"; d) si affermava - 
con numerosi esempi - che un antirazzismo basato 
sulla "guerra di posizione” e sull’autosepoltura degli 
oppressi nellasoffocante trincea della propria "identità" 
NON E' UN ANTIRAZZISMO EFFETTIVO. 
Crediamo - e nel movimento, per fortuna, non siamo 

1 soli - che la via della sovversione sia oggi praticabile 
solo a chi rifiuta l”'identità”, la nozione di "popolo" e 
qualsiasi rivendicazione dì etnia, di razza e di nazione. 
Ovviamente, si tratta di fenomeni ambivalenti, nei 
quali sono talora rinvenibili caratteri di "resistenza". Un 
materialista deve cogliere anche questo aspetto, ma 
non deve mai scordare che l’”identità” è un rifugio, un 
tentativo di non affrontare la crisi e la complessità dei 
mutamenti strutturali. 

“Cogliersi in quanto esseri umani, senza rivestirsi di 
una qualsiasi determinazione, significa già togliersi di 
dosso la gogna della società di classe: tendere alla 
comunità è assolutamente necessario e riafermare 
l’individualità significa rifiutare l'addomesticamento”, 


Jacques Camatte. 

Come posizioni del genere, che sono - senza equivoci 

- sovversive, matèrialiste e classiste, possano essere 
scambiate per il loro opposto, cioè per sincretismi 
"convergenziali", resta un mistero! Forse i compagni 
farebbero bene a leggere quello che c'è in rete, e 
smetterla di dare giudizi su ciò che rifiutano di 
conoscere. 

Aggiungiamo che le vere convergenze “di enunciati" 
tra destra e sinistra vengono realizzate quando i 
compagni danno un appoggio acritico ed entusiasta a 
certi movimenti nazionalisti, ecanticchiano canzoncine 
Skadove si narra di martiri ed eroi e si usano parolacce 
come “onore", etc. ( vedi Red House, Banda Bassotti). 
Siamo d'accordo con quanto detto - con un linguaggio 
molto ideologico, distantissimo dal nostro - da un 
compagno di Roma l’estate scorsa al campeggio 
antiNATO di Brucoli: “Noi siamo perii metodo marxista, 
il metodo marxista è internazionalista, i movimenti 
nazionalisti sono l'esatto contrario di quanto si auspica 
il metodo marxista" (*) 

2. LOCHNESS.ASC, ERUZIONE.ASC, SLEBBEOG.ASC, 
ULISSE1, 2 e 3.ASC, THIONUL4.ASC, MENZOGNA.ASC, 
BRUBAKER.ASC, nei quali si cercava di riargomentare 

- senza fare nuovamente dell'ideologia - le posizioni 
dei revisionismofrancese DI SINISTRA ( esiste anche 
quello, è inutile far finta di niente: ogni cosa di cui ci 
rifiutiamo di parlare diventerà l’arma con cui il nemico 
cercherà di annientarci). Forse ci siamo aspettati 
troppo dai compagni, pretendendo che venisse capita 
l'impostazione DI CLASSE, materialistica e 
assolutamente non irrazionalistica di quegli scritti. 
Quante volte dovremo ancora dimostrare ciò che è già 
ben evidente, e cioè che le nostre analisi sono l’esatto 
contrario di quelle della nuova Destra, eche sostenere 
la deriva identitaria, e far sparire l’alone di vitalismo, 
eroismo e maledizione dalle azioni e parole dei fascisti, 
è quanto di più intollerabile possa esistere per quei 
bastardi? 

Senza alcuna intenzione di buttare tutto in rissa, 
invitiamo i compagni di ECN ROMA a sostenere e 
incrementare il dibattito su questi temi, anziché upload 
dispacci banalizzanti, dieci righe che creano confusione 
e avvelenano il clima. Saluti comunisti, 

COLLETTIVO TRANSMANIACON, in via di 
dissoluzione nella comunità umana e nelle 
correnti situazionautiche Bologna, 30/4/1993 

NOTA *. Noi non usiamo la parola “marxismo” nè il 
conseguente epiteto “marxista”, perchè risultato di un 
lungo processo di ideologizzazione e di recupero 
democratico-spettacolare della radicalità della teoria 
marxiana. Consigliamo a chi fosse interessato la 
lettura del secondo capitolo de "La società dello 
spettacolo” di Guy Debord, dal titolo “Il proletariato 
come soggetto e come rappresentazione". 


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ecn milano 


IN RISPOSTA 
Al COMPAGNI 
DI ROMA 

(file: FACETI.DOC) 

Quando, nelfileRUDY.DOC,scrivevamodelle “importanti questioni 
scientifiche" affrontate nello “storico testo” di Bifo, pensavamo a 
una frase: 

“Ciarlatanismo scientifico e accomodamenti politici. Sono 
inseparabili da un tal punto di vista. Non resta più che un solo 
movente, la vanità dell'individuo, e allora, come per tutti i vanitosi, 
non si tratta più che dell'effetto del momento, del successo del 
giorno. Cosi' si perde necessariamente anche quella semplice 
finezza morale che, ad esempio, preservò Rousseau da qualsiasi 
compromesso, anche apparente, con i poteri costituiti". 

E’ la lettera di Marx a Schweitzer del 24 gennaio 1 865, che si trova 
in appendice a “Miseria della filosofia”. 

La domanda dei compagni di Roma è quella che aspettavamo da 
tempo: ci sono questioni politiche che vengono squalificate come 
"baruffe” e che vogliamo iniziare ad affrontare. 

Cominciamo da Bifo: 

1) ha preso ufficialmente parte, a Bologna, alla presentazione 
della rivista ELEMENTI. 

A proposito di questa rivista traduciamo un brano dal libro: 
“L'Europe de l'extreme droite: De 1945 à nos jours”, di A.-M. 
Duranton-Crabol, Editions Complexe, Bruxelles 1991 , pp. 68-70: 
«In molti paesi d’Europa, e soprattutto in Germania, si ha una 
visione molto ampia della Nuova Destra. Organizzata anzitutto 
intorno alia rivista JUNGES FORUM (1964) la Neue Rechte ha 
ricevuto l’appoggio della decana, NATION EUROPA, e attratto la 
clientela di gruppi o individui in rottura con il NPD giudicato da essi 
inefficace e timorato. Lo stesso slancio che fece sorgere i 
movimenti sociali, da cui è nata ia corrente verde-alternativa, verrà 
ugualmente a rafforzare la Nuova Destra, del res to molto ascoltata 
quando la questione tedesca si pose con forza a proposito degli 
euromissili. Vi si distinguono tre sensibilità: neoconservatrìce 
nella zona dì influenza di CRITICON e MUT; biologizzante nelle 
paginediNEUEANTHROPOLOGiE,compietamenteimpregnata 
dì razziologia nordica; goscizzante, d’ispirazione nazionai- 
rivoluzionaria, di cui gli scritti di WIR SEBST (nata nel 1979) 
offrono il modello più sconcertante, al modo della contemporanea 
AUFBRUCH, come UN “PONTE" GETTATO TRA DESTRA E 
SINISTRA [ sottolineatura nostra], 

Aimarginidiquestetrearee, e partecipando un pò di ciascuna, una 
Nuova Destra, qualificata come “non conformista" (K. Schonekas), 
si è sviluppata a partire dalia DESG (Deutsch-Europaische 


Studiengesellschaft, Associazione per gli studi germano-europei), 
dall’inizio degli anni Settanta. Funziona sul modello del GRECE 
francese, al punto che una rivista chiamata ELEMENTE viene 
pubblicata dal 1986 dal seminario Thulè, prolungamento della 
DESG e nocciolo attuale della Nuova destra. I legami tra la Francia 
e la Germania sono esemplari dei contatti annodati dalla Nuova 
Desta francese su scala europea. 

Attingendo l’essenziale delle sue risorse nel vivaio costituito dalla 
“Federazione degli studenti nazionalisti * e dal mensile EUROPE 
ACTION (1963-67), la Nuova Destra francese sì è costituita nel 
1968 per mezzo di una rivista, NOUVELLE ECOLE, e di una 
strutturamilitante, il GRECE [Groupement de recerche et d’etudes 
sur la civilisation europeenne, n. d. r.J. Poiché condividevano la 
convinzione dei “giovani Francesi ” che il tempo del nazionalismo 
malinconico e vergognoso era passato, Armin Mohler e Hennìng 
Heicberg, due pensatori della Neue Rechte in formazione, 
incoraggiarono gli scambi tra ribelli del campo della destra dei due 
paesi. D’altra parte, negli anni Settanta, il GRECE e la sua nuova 
pubblicazione ELEMENTS (PUOR LA CIVILISATION 
EUROPEENNE) erano già sciamati in Belgio con l’intermediazione 
di Emile Lecerf, il cui incontro con la Francia risaliva alla guerra 
d’Algeria. 

Apparsa più tardivamente, quando la “strategia della tensione ” 
conosceva una battuta d’arresto, la Nuova Destra italiana forma 
un’entitàmaggiormenteincrescitadelsuoomologofrancesenella 
sfera ideologica e più diversificata della sua genitrice tedesca 
quanto ai modi d’espressione. In disaccordo profondo con ciò che 
essa stima essere ilconformismodelMSI, la Nuova Destra evolve 
entro un'analisi metafisica della crisi italiana - decadenza inerente 
all’atomizzazione della società civile e alla perdita dei punti di 
riferimento nati dall'universalismo -e il rifiuto di portare all’estremo 
l’ispirazione evoliana sottesa da un tale approccio, il rifiuto 
assoluto del mondo moderno. Gli imperativi contraddittori di un 
atteggiamento malagevole non mancano di ripercuotersi nelle 
relazioni con la nuova destra francese: segnate da forti convergenze 
-dall 978 appariva in Italia una pubblicazione rispondente al nome 
ELEMENTI - esse non sono meno conflittuali, a tal punto lo 
scientismo di Alain de Benoist, poi il suo ostentato nominalismo, 
hannoinquietatoglispiritualistiaidilàdelleAlpi,prontiadenunciare 
il relativismo e la confusione che ne seguivano». 

Ai tempo della presentazione bolognese di ELEMENTI, Bifo non 
aveva ancora escogitato l'attuale motivazione “terapeutica'', 
esposta nel libello “Come si cura il nazi". Bifo aveva patrocinato 
questa rivista e, in risposta, alcuni compagni avevano aggiunto a 
fianco del nome "Franco Berardi, insegnante”, che compariva nei 
manifesti murali di propaganda dell’iniziativa, il faceto appellativo: 
“BABBEO”. 

Avvertito il malcontento, Bifo pubblicò allorasul periodico bolognese 
MONGOLFIERA una sorta di autocritica, che, col senno del poi, 
serviva solo a confondere le acque per poter proseguire l'impresa. 

2) Bifo ha collaborato alla rivista TRASGRESSIONI. 

3) Il settimanale L’ITALIA, nel numero del 20 gennaio 1993, ha 
pubblicato questo pezzo: 


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ecn milano 


«DESTRA, SINISTRA E VERDI CON L’ITALIA. Prosegue il 
calendario delle presentazioni de L’ITALIA SETTIMANALE. Lo 
scorso 12 Gennaio si è svolto a Firenze, nel Caffè Giubbe Rosse di 
Piazza Italia, un incontro organizzato congiuntamente da tre 
associazioni di eterogenea ispirazione politico-culturale: 
ATTRAVERSO, IL VERDE, L’ARPA...». 

Un volantino acefalo (dal faceto titolo: “A/traverso L’Italia”), affisso 
inzona universitariaaBologna.avevadenunciato questa ennesima 
impresa “trasversale", con un collage che montava brani tratti da 
L’ITALIA SETTIMANALE, e dalle pubblicazioni di A/traverso. 

Il volantino riportava tra l’altro unadichiarazione del fascista Stefano 
Delle Chiaie che L’ITALIA SETTIMANALE aveva pubblicato nello 
stesso numero, a fianco della foto degli scontri di Valle Giulia: «"La 
battaglia di Valle Giulia la facemmo assieme ai compagni. La 
strategia degli opposti estremismi ha annientato la possibile unità 
di un’intera generazione" (Stefano Delle Chiaie)». 

Quel volantino tentava di “sottolineare le possibili convergenze 'da 
sinistra’ con la ‘nuova destra'", per usare le parole dei compagni di 
Roma.. 

C’è da sottolineare, altresì, che questa “possibile convergenza", 
NON AVVIENE SEMPLICEMENTE MOTU PROPRIO, non si limita 
alle “pagliacciate” di Bifo, o a semplici fenomeni di disgregazione- 
sbandamento nelle aree antagoniste, ma hapotenti sponsor, riviste, 
case editrici, rotocalchi che stanno costruendo una nuova strategia 
di “contaminazione”. 

Questa strategia (che vediamo oggi apparire in piena luce - ad es. 
su L’ITALIA SETTIMANALE) ora si propone come “cultura di 
massa", ma è stata collaudata e preparata da riviste e nuclei più 
ristretti, o elitari (come, appunto, a un diverso livello, da ELEMENTI 
e TRASGRESSIONI). 

Ragionando in termini di "anticipazione": allo stato delle cose ci 
sembra chequesta strategiasiaMOLTOMEGLIOSTRUTTURATA 
DELLACOMPRENSIONE CHENE ABBIAMO. Insintesi:su questo 
pianoSIAMONOIADESSERE“INDIETRO",ecistiamosvegliando 
tardi, mentre la destra ha costruito - con un lavoro di anni - una 
cultura, e una politica culturale. 

4) Ma torniamo a Bifo, che un ruolo in questa storia ce l’ha (e 
bisognerebbe capire meglio quale). 

BifoNONE"‘FASCISTA’’,EDE'PROPRIOQUESTOILPROBLEMA: 
COME E’NATALA COMPATIBILITA' CHE PORTAUN(perquanto 
ci riguarda: ex) COM PAGNO A “BALL A COI N AZI”? [vedi : “Naziskin 
e estremisti rossi ballano insieme in discoteca. Manifesto di Bifo 
sulla tolleranza”, ne: "Il Resto del Carlino", 23.4.1993, pag. 7], 
Contrariamente a Bifo non poniamo il problema su un piano 
psicologico opsichizzante: non ci interessa nè la “coscienza" coi sui 
travagli, nè lo “inconscio” coi suoi fantasmi, ma - ancora una volta 
- attraverso quali passaggi, discorsi, spostamenti, trasformazioni, 
enti, fatti si è COSTITUITA UNA STRATEGIA, che - purtroppo per 
il protagonismo di Bifo - è molto più grande e pericolosa di lui. 

Bologna, 1 maggio 1993 

a cura di A.A.A. • Agenzia Autonoma Acephale 


RUDISTEIN 

Ballata per bende e vermi. 

Atto unico dell'erudita mummia 

Stavo galoppando nel 
cyberspazio sul mio stallone 
virtuale quando ad un tratto mi 
sono imbattuto in un mesmerifico 
essere. Terrorizzato dalla lercia 
mummia non mancò poco che 
venissi disarcionato. Ma, nel 
momento più tragico riconobbi 
dietro le putride bende i tratti di 
un noto VECCHIO “compagno” 
di tante battaglie. 

Con la saggezza di un vecchio 
cowboy del cyberspazio estrassi 
prontamente una manciata di 
frattaglie dalla mia giberna 
(rimedio sicuro per placare la 
fame di un affetto da post-rigor- 
mortis). La scena che mi si aprì 
davanti agli occhi fu ben più 
terribile di quella da cui mi stavo 
riprendendo: il patetico putrefatto 
vi si gettrò sopra vomitando 
prima di scomparire forse per 
sempre. 

Questo chiaramente è stato solo 
un sogno, la realtà è ben più 
triste, ma “saggio è colui che 
molto ha visto, nulla ha 
dimenticato, eppure sa vedere le 
cose come se fosse per l’ultima 
volta.” (F. Guattari) 

dal cyberspazio Franco B. 


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ecn milano 


E dunque questa è 
la capacità della 
sinistra di 
contribuire al 
dibattito sulla 
"verità storica"! 

Leggere di un “revisionismo di sinistra” che tolga forza 
a quello di destra, è quanto di più esilarante si possa 
sentire. Ed esilarante è anche chi gli va dietro per con- 
testarlo. 

Quale è lo scopo di chi si affanna a dimostrare che le 
camere a gas non sono esistite, o che nei campi di 
concentramento non sono morti 6 milioni di ebrei, 5 di 
zingari e non si sa quanti altri tra comunisti, oppositori 
vari (che per la storia contano poco)? Che importanza 
può avere per la "sinistra” (termine parlamentare che 
i “transmaniaci’' dovrebbero aborrire) dire che le cifre, 
le statistiche, le testimonianze dei sopravvissuti sono 
tutte false, montatura del capitalismo mondiale, unico 
vincitore del 2° conflitto mondiale? 

E, viceversa, che importanza dovrebbe avere affan- 
narsi a contestare il revisionismo storico, ribadendo 
che, sì, i nazisti sterminarono nelle camere a gas 
milioni di ebrei, zingari ecc.? 

La risposta è: NESSUNA, nessuna importanza perla 
lotta di classe. Quando, durante laguerra, nasceva la 
resistenza, quando in Francia, come in Italia, come in 
Jugoslavia, migliaiadi uomini e donne si organizzavano 
per rovesciare regimi capitalistici e reazionari, espres- 
sione “peggiore”delcapitalismo cosidetto democratico, 
questi partigiani, nulla sapevano di camere a gas e 
soluzioni finali. 

La loro lotta non si basava sulle informazioni, even- 
tualmente falsate, su quanto avveniva: semplicemente 
essi ritenevano di non potere accettare di vivere in 
quelle condizioni. 

Di più. La maggior parte delle forze partigiane indivi- 
duavano come fase seguente alla liberazione dal nazi- 
fascismo, la costruzione di una società socialista, 
egualitaria e autenticamente democratica (“LA 
DEMOCRAZIA E’ RIVOLUZIONARIA”). 

Cosa ha a che vedere tutto ciò con i milioni di morti, 
ebrei, russi, gitani, giapponesi, tedeschi ecc., che 
hanno pagato la febbre di potere non solo di un Hitler 
o di un Mussolini, servo sciocco ed impotente, ma 
dell’imperialismo, “Fase suprema del capitalismo"? 


Come potrebbe l’antifascismo essere inficiato nella 
sua validità e nella sua potenzialità rivoluzionaria 
(L'esercito rivoluzionario Jugoslavo di Tito, le brigate 
Garibaldi, Dante di Nanni ecc.) da dati statistici? 
Quanti uomini edonne, bambini, devono morireperchè 
si possa, autorevolmente, gridare allo "sterminio”? 
Se le camere a gas furono una invenzione, o furono 
"eccessivamente” calcolate (una sola sarebbe suffi- 
cente a dannare chi la avesse concepita e usata!), se 
le foto o le testimonianze furono falsificate (lo scopo 
possiamo vederlo poi), che dire di Hiroshima e Naga- 
saki odi Dresda? Foto false anche quelle, perchè delle 
due l'una: o Hitler era una bestia criminale, a se stante 
dall’universo capitalistico e parlamentare-borghese e 
di lui si può dire di tutto, o era, come giustamente (an- 
che se stupisce questa loro ventata di intelligenza...) 
suggeriscono i “Transmaniaci”, solo uno degli aspetti 
delcapitalismo mondiale, e ciòche hafatto lui lo hanno 
fatto e continuato a farlo fino ad oggi i suoi alleati/av- 
versari borghesi, e quindi ciò che lui non avrebbef atto, 
non avrebbero fatto perle stesse ragioni, gli americani 
a Dresda e in Giappone. In sostanza se qualcuno 
avrebbe “inventato” le camere a gas, qualcun altro si 
sarebbe dato da fare per “inventare i 300.000 morti di 
Dresda, o gli altrettanti del Giappone. 

Ma che importanza ha questo gioco sulla pelle di 
povere vittime, spesso ignare del loro destino, fosse 
in un campo di concentramento o sotto le bombe in 
una città (ah!, potessero i morti parlare...)? 

Ha importanza, dal punto di vista della destra, soprat- 
tutto di quella fascista, piuttosto che di quella nazista: 
scrollarsi di dosso uno scomodo retaggio, derivatogli 
dall'alleanza ideologica e militare con il nazismo. Se 
non possono negare che andarono alla guerra insieme, 
possono però provare a convincere qualcuno del fatto 
che fu “solo” una guerra, senza eccidi, stermini o so- 
luzioni finali. Cosicché, il lato “buono”, popolare delle 
dittature si farebbe strada (ricordiamo che sono stati 
senza dubbio regimi reazionari di massa), rendendolo 
riproponibile, una volta purgatolo dalle “menzogne 
capital-sionistiche”. 

Chi invase la Cecoslovacchia per annetterla (con la 
sorniona compiacenza delle potenze occidentali)? 
Chi invase nel Settembre del '39 la Polonia, scatenando 
la guerra mondiale, che i capitalisti di tutto il mondo a- 
spettavano, fregandosi le mani pergli affari che avreb- 
bero fatto? Chi invase l'Albania, la Grecia, l'Africa, per 
“spezzare le reni” (e facendolo si uccide, sia metafo- 
ricamente che fisicamente, della gente in carne ed os- 
sa...)? 

Furono Hitler e Mussolini, il nazismo e il fascismo, 
servi del capitalismo mondiale. 

A che prò cercare attenuanti, o scovare dati falsi? Am- 
mettendo che così fosse, che cambierebbe? 

Siete tanto di “sinistra" da aver dimenticato le vostre 
origini (a meno che...!): chi è antifascista non lo fu, 


Maggio 1993 


27 



ecn milano 


allora, come non seguita ad esserlo oggi, perchè ci 
furono le camere a gas e 6 milioni di ebrei sterminati. 
Lo furono perchè erano oppressi come e più di prima 
dal padronato, perchè erano privi, come e più di prima, 
del diritto a decidere dei propri destini, come popoli e/ 
o come classi. Perchè il fascismo e il nazismo erano 
solo un'arma in più nelle mani del capitalismo. 

E vediamo chi avrebbe tratto vantaggio da questi 
“falsi", secondo la logica dei revisionisti (non ci deve 
essere distinzione alcuna tra quelli di destra e quelli di 
sinistra: sono solo una manica di stronzi paranoici...). 
Il sionismo, ovviamente, aiutato dal senso di colpa del- 
le “democrazie" vincitrici della guerra, a costruire il 
“suo" stato nella terra promessa e foraggiandolo an- 
cora oggi. 

Ebbene, che dalla seconda guerra mondiale sia nato 
lo Stato di Israele, a danno delle popolazioni lì pre- 
esistenti, generatore di tensioni e guerre, questo è ve- 
ro. Ma gli antifascisti e soprattutto i comunisti non si 
sono mai sentiti addosso nessun senso di colpa: 
quando si dice che la politica di Israele nei confronti 
degli arabi è "nazista”, non sita unaf orzatura ideologica, 
ma si riprende un concetto, quello di annientamento, 
tipico del nazismo, nei confronti dei nemici, intesi co- 
me gli altri, i diversi ecc. Nessuno dei 6 milioni di morti 
( o fosse uno solo) giustificano in qualche modo ciò 
che Israele fa nella Palestina occupata. 

Nè ci può interessare (in quanto antimperialisti) cercare 
di smontare una “causa” (lo sterminio e le camere a 
gas) per distruggere un “effetto" (il senso di colpa e la 
difesa, da parte imperialista, dello stato di Israele): la 
causa è che Israele svolge unafunzione di controllo in 
una area vitale per l'imperialismo, distogliendo molte 
enrgie rivoluzionarie verso di se, energie che potreb- 
bero essere dirette verso la liberazione dei popoli 
arabi oppressi all'interno di paesi arabi. L'effetto è che, 
persvolgere questa "missione" si utilizza il passato nel 
presente, si sostiene la tesi del “mai più!" per am- 
mazzare i palestinesi e ridurre una terra, in cui convi- 
vevano tre religioni e tre culture, in un unico campo di 
prigionia. 

Abbiamo detto «ciò che Israele fa nella Palestina 
occupata»: non abbiamo nessuna intenzione di di- 
menticare quello che i cattolici hanno fatto in mezzo 
mondo, che il capitalismo, democratico, ha fatto e 
continuafare nel mondo intero. America Latina, indios 
massacrati, africani deportati in schiavitù, Guerra del 
Golfo, bombardamenti sulla Libia, e ancora Stragi di 
Stato, paese Basco e Ulster: questa è la politica 
capitalista, imperialista, madre e figlia, contempora- 
neamente, del nazifascismo. 

Per concludere, diciamo BASTA! alla stronzaggine 
dei revisionisti di “destra e di sinistra”: vogliamo 


ricordare che girano per l’Italia individui che si de- 
finiscono “NAZIONALCOMUNISTI”, chesi pubblicano 
riviste in cui viene teorizzata l’unità fra i comunisti e i 
“nazionalsocialisti”, che si organizzano dibattiti, da 
parte di Delle Chiaie (magari non da lui in persona...) 
su questioni come Cuba e Palestina, in cui vengono 
invitati a partecipare soprattutto membri dellasinistra, 
giocando sull’equivocità dei contenuti, e sulla "aset- 
ticità”delle sigle che organizzano tali convegni (ricor- 
diamone unatra le tante, IL PUNT O). Dobbiamo scon- 
figgere questo cancro che porta via forze e uomini ai 
rivoluzionari, ai comunisti: che semina il dubbio tra la 
gente, distrugge il tessuto di classe, fa credere ai la- 
voratori, ai disoccupati che gli immigrati siano loro 
concorrenti sul piano lavorativo, e gli fa dimenticare 
che il nemico è nemico di classe, che è il capitalismo, 
nonché i suoi scagnozzi, di destrao di sinistra, socialde- 
mocratci o socialfascisti. 


PRECISAZIONE 

In meritoalfileTERRORE.ASC, immesso 
in rete dal collettivo TRANSMAN IACON 
di Bologna, i compagni del polo ECN di 
Roma precisano che il file FACETI.DOC 
non e' in alcun modo attribuibile ad essi. 
La polemica innestatasi da qualche mese 
in rete sulla questione del revisionismo 
storico, peritoni che sta assumendo e per 
la confusione che la sta avvolgendo, non 
poteva certo essere affrontata da noi in 
dieci righe ( il file FACETi.DOC ), firmato 
invece da “ALCUNI COMPAGNI DI RO- 
MA" , sui quali non abbiamo, perora, ulte- 
riori elementi utili all'identificazione. L’e- 
pisodio, in ogni caso, ci pare indicativo del 
clima assolutamente non produttivo 
creatosi intorno all'argomento NUOVA 
DESTRA, che marcia ormai per scomu- 
niche, insulti ed anatemi, con difficolta' 
sempre maggiori per gli utenti della rete 
ad inserirsi. 

Come compagni ECN di Roma cerche- 
remo di rendere nota al piu’ presto la 
nostra posizione, con la speranza che, se 
tale dibattito debba andare avanti, esso 
torni ad assumere almeno toni econtenuti 
tali da essere effettivamente utile al mo- 
vimento. 

I COMPAGNI DEL POLO ECN 
DI ROMA 

Roma, 02/05/93 


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ecn milano 


LA PORTATA DELLE 
PROVOCAZIONI, IL 
CULTO DELLA 
CAROGNA E LA 
NECESSITA' 
DELL'AGNOSTICISMO 

A proposito dell'intervento 
anonimo "Ancora sul revisionismo 
et polemiche". 

Era ora! Finalmente un intervento che, A MODO SUO 

- sposta l'accento dal problema delle “verità storiche” 
a quello delle verità politiche; 

- afferma, da un punto di vista classista, la necessità 
dell'agnosticismo; 

C'è voluto un bel po' di tempo, ma f inalmente abbiamo 
la possibilità di alzare il livello qualitativo della polemica, 
come ci auspicavamo nelle prime righe di BRUBA- 
KER.ASC. Certo persiste l'acredine nei nostri confronti, 
c'è ancora la tendenza a leggere superficialmente 
quanto abbiamo scritto e ad appianare a colpi di insulti, 
insinuazioni e contumelie certe indispensabili “dif- 
ferenze", ma almeno non c’è il “tormentone” della dife- 
sa degli articoli di fede, non c’è la solita mitologia, si 
parte - come abbiamo fatto noi - dall'interpretazione 
della Seconda Guerra mondiale come "guerra inter- 
imperialistica", si lascia perdere la “religione dell'Olo- 
causto”. Quando abbiamo downloaded questo file, 
abbiamo tirato un sospiro di sollievo e brindato con la 
birra calda e sgasata del nostro nuovo Centro Sociale 
Occupato! 

Finalmente abbiamo le prove: nella galassia del 
movimento ci sono forme di vita e di intelligenza. E ora 
entriamo nello specifico: 

1 . Iniziamo dal pateracchio finale. Forse questo/a/i/e 
compagno/a/i/e non ha/hanno letto TERRORE. ASC, 
l’ultimissima nota messa in rete per chiarire che il 
nostro discorso non solo non ha nulla a che fare con 
questi squallidi "nazionalcomunisti", mache un discorso 
di rigetto dell’Identità e delle determinazioni è ciò che 
più dà lorofastidio.Comunquegrazieperaverawertito 
gli utenti della rete su chi c’è dietro questa sigla, IL 
PUNTO. 

2 . il problema non è tanto che “sinistra” sia un termine 
“parlamentare": il problema è che E' UN TERMINE 
POLITICO. Nel periodo in cui nel movimento si blatera 


di “ricomporre la frattura tra politica e autonomia di 
classe", noi, con Giorgio Cesarano, diciamo che “ciò 
che la rivoluzione moderna ha a che vedere con la poli- 
tica, è solo ciò che resta da fare ALLA politica perfarla 
giungere al suo punto d’esplosione” (“Critica dell' Uto- 
pia-capitale", vol.l, Varani 1 979). Noi nonsiamo politici, 
siamo contro la politica, il suo spettacolo e la sua mi- 
seria. E infatti, quando abbiamo usato la locuzione “di 
sinistra”, non lo abbiamo mai fatto identificandoci, ma 
identificandoLI, identificandovi a volte l’"antifascismo 
militonto", a volte i “religiosi dell’olocausto", a volte 
chiunque rimanesse nella dialettica destra-sinistra 
(compreso Paul Rassinier). O noi siamo stati troppo 
sottili, o voi/tu siete/sei stati/e/o/a troppo superficiali/ 
e nel leggerci. Pazienza. 

2. Voi/tu dite/dici che la questione “Sterminio sì - 
Sterminio no” non ha“nessuna importanza per la lotta 
di classe”. E’ un parere su cui si può discutere. D'al- 
tronde, se Pantifascismodelmovimentofosse veramen- 
te come voi lo immaginate, così classista, così disincan- 
tato, così antifeticista, sarebbe una gran cuccagna! 
Purtroppo non siamo così ottimisti, e prova ne sia la 
sequenza di risposte - scritte e orali - che ha avuto la 
nostra provocazione! Avete/hai ragione: è esilarante 
chi ci viene dietro percontestarci sul piano della Verità 
storica. 

Invece, l’antifascismo del movimento è sempre meno 
classista e sempre più “democratico", è sempre più 
“nostalgico” e feticista, e riprende forme e discorsi 
obsoleti e spettacolari. 

Riguardo alla presunta assenza, tra gli antifascisti, di 
“sensi di colpa", ci dovete/devi spiegare come mai 
anche molti AUTONOMI ( e anche ANARCHICI, se è 
per questo...) concepiscono il proprio antifascismo 
come una variante “più a sinistra" di quello borghese, 
con tanto di bandiere, santini, ammennicoli e amuleti... 
“Ai caduti per difendere il capitale non possiamo 
opporrei caduti per la rivoluzione. E’ il medesimo culto 
della carogna!" Jacques Camatte, “Verso la 
comunità umana”, Jaca Book 1978. 

3 . Voi/tu scrivete/scrivi che “il fascismo e il nazismo 
erano un’arma in più nelle mani del capitalismo". E' 
vero, o meglio: è un’arma tra tante; ma non dimenti- 
chiamo che al capitale risulta più utile la liberaldemo- 
crazia, perchè gli garantisce elasticità, flessibilità, 
recupero, controllo/consenso, etc... 

La democrazia permette l'autoregolazionedel sistema, 
mentre la strategia autoritaria-fascista arriva presto al 
limite delle crisi di razionalità e di legittimazione, e si 
scontra inevitabilmente con nuove necessità di 
valorizzazione e circolazione della merce. 

Scopo della classe non dev’essere la democrazia 
politica, ma l'autonomia e l’autogestione; scopo della 
classe non dev’essere la democrazia economica, ma 
il comuniSmo. 

Fabrizio Belletati / Lato 

3/5/1993 Situazionauti di BOLOGNA 


Maggio 1993 


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ecn milano 


Da Roma in 
risposta ad A.A.A. 


Forse ci stiamo incamminando sul terreno della 
discussione politica e materialistica, come si evince 
dai file KITSONGA.DOC, in risposta al file 
RIS_REVI.DOC (forse ancora non è stato prelevato il 
REV_RIS1 .doc), edal file RISPOSTA.DOC, in risposta 
a FACETI. DOC. 

Qui vorremmo colloquiare con i compagni di A.A.A. di 
Bologna, che sul file RISPOSTA.DOC ci hanno fornito 
molte notizie interessanti sullo scenario della nuova 
destra in Europa. Vorremmo che tale materiale, così 
come altro che da parte nostra ci impegnamo ad 
immettere in Rete, fosse elaborato dalla stessa ECN, 
edivulgato''massivamente". Non vorremmo, insomma, 
che il tutto restasse uno scambio di file fra un paio di 
situazioni... 

Le polemiche non servono, e i compagni di A.A.A. lo 
hanno compreso perfettamente: FACETI.DOC 
conteneva una provocazione, che a quanto pare è 
servita, non una aggressione polemica. Guardiamo i 
dati off ertici da A. A. A.: la situazione non è affatto rosea, 
tanto meno ci si può scherzare sopra. Su questo 
concordiamo pienamente con la frase «... su questo 
piano SIAMO NOI AD ESSERE “INDIETRO"...». A 
livello culturale non stiamo affatto contribuendo, non 
dico a contrastare la nuova destra, che quello è un 
compito inserito nella più generale lotta di classe che 
dovremmo svolgere, ma soprattutto a ritessere iltessuto 
di classe che si è sfilacciato sotto i colpi dello yuppismo, 
delP"integrazionismo” all'interno della logica del 
capitale, così come sotto i colpi, ben più materiale, 
della crisi economica. Vale a dire che se questi individui 
che agiscono tramite riviste varie oggi riescono ad 
esporsi così bene all'aperto, con dibattiti in cui sono 
chiamati ad intervenire persone che vengono 
identificate con la sinistra (e non solo quelli sempre un 
pò “strani" come BIFO, ma anche personaggi più 
"ortodossi”, all’oscuro di queste tendenze politiche di 
destra), è evidente ancora di più la disgregazione di 


classe, l'incapacità di cogliere i piani del “nemico”, il 
suo aggirarsi tra le nostre fila, nei quartieri proletari. Lo 
ricordiamo: fascismo e nazismo sono stati fenomeni 
reazionari di massa, che tra le masse hanno trovato 
adepti, perchè ad esse hanno offerto, oltre al pane, 
ancheilcompanatico.Uncompanaticofattodi “identità" 
nazionale, cultura ancestrale ecc. 

La domanda che ci stiamo ponendo, in un area di 
dibattito che si deve ancora dare coordinate pratiche 
ben precise, è quale identità per la classe lavoratrice, 
per i giovani, le donne, i disoccupati ecc., che ancora 
credono in una trasformazione della società, ma non 
sanno (più) come farla. 

Dobbiamo contrastare nella teoria e nella pratica questa 
degenerazione, ormai molto avanzata, del tessuto 
sociale “proletario”: anche questo virgolettare dimostra 
quante difficoltà ci ha creato lo sviluppo sociale degli 
anni '80 nel definire categorie che prima erano ben 
determinate! 

Pensiamo che lo scambio debba essere continuo su 
quanto affrontato da A.A.A., così come da noi in modo 
ancora non scientifico. 

Da una parte dobbiamo essere in grado di muoverci 
rapidamente percontrastare ognitentativodi mischiare 
le carte dei rapporti sociali. Dall'altra non dobbiamo 
però farci intrappolare in una qualsiasi dialettica con 
queste espressioni della “nuova destra”, nel senso 
che la migliore lotta che possiamo condurre contro di 
esse, così come contro il capitale, è quella che passa 
nella riorganizzazione del tessuto di classe, proletario 
o antagonista che di si voglia, in senso di ricostruire 
valori quali solidarietà, autorganizzazione, 
autogestione... rivoluzione. 

Alcuni compagni di Roma 

(al più presto speriamo di qualificare meglio 
quest’area di dibattito). 


30 


Maggio 1993 



ecn milano 


Da Roma 
sul revisionismo 

Sul file NUO_DEST.DOC [quello della pagina precedente, 
n.d.r.Jriprendiamo la discussione sulla nuova destra. 
Abbiamo voluto separarlo, perchè i due argomenti - nuova 
destra e revisionismo storico - ancora non possono essere 
mischiati, pur muovendosi, secondo noi, in una analoga 
tendenza “negazionista". 

Non vorremmo essere fraintesi dal compagni di Bologna: 
noi abbiamo letto tutto quello che abbiamo trovato in rete da 
voi prodotto. Il problema è che non siamo d’accordo. 
Lasciatecene il diritto. 

Certo comprendiamoche sarà sbagliato sputare contumelie 
su di voi, però voi non andrete molto lontano facendo le 
vittimedi una improbabile guerra ideologica contro gli alieni 
di Bologna. Piuttosto ci tenete particolarmente ad essere 
diversi, questo sì. 

In ogni caso avete il merito di discutere su questioni che la 
maggior parte dei compagni ignorano, non perchè sono 
giunti ormai da tempo a delle conclusioni, ma perchè non 
sanno proprio di che parlare. 

Ci fa piacere sapere la vostra posizione sul 
“nazionalcomunismo” o “nazionalbolscevismo": come 
contrastarli, nel loro viaggio deteriore nella coscienza di 
tanti giovani (così come fanno le culture più chiaramente 
nazifasciste sulla razza ecc.) è un elemento importante 
nell'attuale fase dello scontro ideologico. Ideologico nel 
senso che, come diciamo in NUO_DEST.DOC, occorre 
ricostruire una coscienza, un insieme di “idee” (appunto 
ideologia) delle classi subalternee, così come dei nuovi 
soggetti sociali (da definire). 

Il vostro rifiuto della politica non ci stupisce, e naturalmente 
non lo condividiamo, anzi lo combattiamo. Per favore, 
finitela di citare... Chi cazzo è 'sto Giorgio Cesarano? Che 
vor dì “rivoluzione moderna”? 

La vostra radicalità estrema giunge alla negazione di tutto 
quello che è stato ed è, a torto o a ragione il patrimonio di 
milioni di uomini e di donne, pur volendosi collocare nel loro 
ambito (altrimenti, secondo voi, chi potrebbe fare questa 
“rivoluzione moderna’’?). Sinistra, antifascismo, sono termini 
che non si devono per forza identificare. Non abbiamo 
capito se, pervoi, èfalsoquelloche sosteniamolo RIS_REVI, 
laddove diciamo che gli antifascisti non erano tali perchè 
indotti ad esserlo dallo sterminio degli ebrei, o da altre 
efferatezze naziste. Insomma, siete voi che confondete 
antifascisti con democratici, che dite che l'antifascismo e 


interclassista ecc. E chiaro che la lotta di liberazione dal 
nazifascismo è stata interclassista: questo non significa 
che l’area proletaria che l’ha fatta lo fosse. 

Tant’è che problemi, al momento della "vittoria” ce ne sono 
stati... 

L’antifascismo non è una opzione della sinistra, nel senso 
di essere una sua area polìtica: la sinistra è antifascista, 
punto e basta. Poi, nella sinistra ci sono i revisionisti, i 
riformisti, i socialdemocratici ... e i rivoluzionari. Se diciamo 
le cose in questo modo la gente ancora ci capisce. Se 
diciamo che politico è sbagliato, che non si è ne di destra 
nè di sinistra (perchè non ci niteressano queste definizioni 
interclassiste ecc) allora vuol dire che non vogliamo farci 
capire. E, infatti, voi non siete troppo sottili, nè noi troppo 
superficiali: è che per voi il vocabolario non esiste più, non 
vi interessa che quello che diciate sia compreso... vi basta 
dirlo. 

Con le chiacchere potremmo andare avanti all’infinito. Con 
le analisi, applicate ad un contesto sociale o storico, 
possiamo invece concludere qualcosa di produttivo. 

Che ci siano in giro dei militanti, si sà. Non è con le cose che 
voi scrivete e pensate che li cambierete. Anzi. 

Se voi conoscete molti AUTONOM I o ANARCHICI (è buon 
segno che non conosciate COMUNISTI di tal fatta), forse 
sarebbe opportuno che le rispettive aree di appartenenza li 
rimettessero in riga, politicamente parlando. 

Insomma, voi non siete niente: non siete anarchici, ne 
comunisti, ne autonomi, ne antifascisti, ne di sinistra ne di 
destra. 

Chi siete? Che società volete costruire? Con quali mezzi e 
forze sociali? A che economia pensate? 

Vi stupite davvero se ricevete “contumelie" per ciò che dite? 
Eppure le cose che dite, come le dite e per il fatto che le dite 
da posizioni inclassificabili socialmente e politicamente, le 
rende anch’essedellecontumelie, di tipo ideologico, magari, 
ma sempre contumelie. 

P.S.: Sempre perla vostra mania citazionista, fate dire allo 
sconosciuto Jacques Camatte « Ai caduti per difendere il 
capitale nom possiamo opporre i caduti per la rivoluzione». 
Perchè? 

Resta il fatto che questi sono caduti nella lotta per il 
socialismo, o semplicemente perchè vittime dello 
sfruttamento: lasciamo perdere l’onore (che non tutti possono 
avere) ma la dignità, quella almeno lasciategliela... 

Fatevi un viaggio in qualche paese delPamerica centrale, 
parlate con questi combattenti "nazionalisti” a cui voi fate 
riferimento come un elemento negativo, chiedetevi voi cosa 
fareste al tarar posto e proponeteglielo. 

Alcuni (per adesso) compagni di Roma ,5/5/93 


Maggio Ì993 


31 



ecrt milano 


PROBLEMI DI METODO 
NELL'ARTE DELLA POLEMICA 


Ho letto il file “no.txfemi 
sono reso conto della miseria 
politica che alberga nella mente di 
certi individui (o gruppi?). 

Non avendo avuto la 
“ventura" di conoscere Nabil, lo 
definirò come una “entità" politica 
indefinita. 

Tale entità mi sembra si 
possa annoverare tra quelle ne- 
gate o impedite al raggiungimento 
di un ragionamento politico degno 
di questo nome: ciò che ho letto su 
quel file mi pare più idoneo ad 
essere utilizzato in una latrina che 
nella rete ECN. 

Voglio precisare che non 
chiederò scusa, come fà l’entità in 
questione, per quello che ho 
affermato, poiché ciò che ho scritto 
non è il frutto di una raffinatissima 
“incazzatura alla Nabil” ma, al 
contrario, di una meditata 
riflessione. 

Intendo porre con questo 
scritto alcune riflessioni su quello 
che si può definire “uno scorcio di 
etica rivoluzionaria”. 

Punto 1°) Polemizzare tra 
compagni è un fatto essenziale: 
solo il confronto e lo scontro su 
opinionidifferentici può permettere 
di raffinare le nostre analisi, al fine 
di renderle acuminate al punto da 
diventare strumenti idonei ad 
infilzare la bestia capitalista nei 
gangli vitali. 

E 

Punto 2°) la polemica rivo- 


luzionaria non è mai stata guidata 
daH’ipocrita formalismo borghese, 
aH’interno del quale si devono 
rispettare vuoti criteri di “buon- 
costume”. La polemica può spin- 
gersitranquillamentefinoaH’insulto 
personale, alla messa in discus- 
sione della altrui intelligenza, ecc., 
cioè con l’utilizzo di tutti gli stru- 
menti retorici di cui ogniuno può 
liberamente disporre. 

Ma 

Punto 3°) quando si accusa un 
settore del movimento di ‘fiancheg- 
giare la controparte" non ci si serve 
più di una 'figura retorica” o di una 
provocazione verbale, ma si fà una 
vera e propria dichiarazione di 
guerra ad uno spezzone del 
movimento! Infatti per dei rivo- 
luzionari ci sono parole che pesano 
come macigni: dire che la dichia- 
razione dei compagni di Radio 
Sherwood “equivale ad un tra- 
dimento”, significa additare tali 
compagni come nemici della 
rivoluzione! 

In altri termini, se ciò 
fosse fondato, significherebbe 
invitare gli altri compagni del 
movimento ad isolare in ogni ma- 
niera possibile i compagni di 
Sherwood! Dire che la radio Pado- 
vana è uno strumento della contro- 
parte, significa invitare i compagni 
a boicottarla! Se Nabil non si rende 
conto di queste cose si becca come 
minimo del deficente, ammenoché 
non riesca a portare prove concre- 
te delle affermazioni che fà. 


Credo proprio che questo 
modo di ragionare faccia parte di 
un retaggio che possiamo definire 
stalinista in un senso e gruppet- 
taro-settario in un altro. Stalinista, 
poiché ètipico della tradizione sta- 
linista del movimento operaio il 
ricorrere alla calunnia per delegit- 
timare le posizioni politiche che 
non si condividono; gruppettaro- 
settario perchè è tipico della 
sinistra vecchio stile (intendendo 
con questo una moda presente 
anche negli anni 70) di definire 
“nemico della rivoluzione" chiun- 
que non la pensi come me ed il mio 
gruppo! 

Ritengo quindi una far- 
neticazione reazionaria (stavolta 
sì) l'affermare che “la posizione di 
Sherwood rappresenta un tra- 
dimento"! 

La polemica tra com- 
pagni è auspicabile che da ora in 
poi si situi su livelli più alti di questi. 


Semprini Enrico 

membro del CDA di Modena. 


P.S. : chi volesse sapere quale è la 
mia posizione rispetto ai 
referendum, è invitato a leggere il 
file REF.MO che sottoscrivo pur 
non avendo partecipato alla sua 
stesura. 


32 


Maggio 1993 



ecn milano 


QUESTO TESTO VA LETTO TUTTO 
ATTENTAMENTE PER EVITARE 
CHE DIA LUOGO A TENSIONI E 
POLEMICHE CHE VUOLE 
CHIARIRE E DEFINITIVAMENTE 
CHIUDERE. 

IN RISPOSTA AL 
FILE NONABIL.DOC 

Mi auguro anche io che la polemica si svolga 
a livelli più alti. 

Perquestosubirò passivamente, come gesto 
di buona volontà, "la miseria politica che alberga nella 
mia mente", la destinazione poco nobile (perfortuna!) 
del mio file, lo "stalinista”, e l'avvertimento (minaccia? 
[spero che non siamo arrivati a questo punto]) che, 
con quelle cazzate (secondo voi) che ho scritto, ho 
dichiarato guerra “al" movimento. 

Se ingoio il rospo è perchè so che certe 
parole possono essere macigni, e perchè capisco il 
dolore che ho provocato con le mie parole. 

Spero altresì che capiate che è lo stesso 
dolore che ho provato io il giorno che ho letto il vostro 
comunicato, giorno in cui ero tornato a casa tardi, 
stanco e con la gola secca per ave rcercato di spiegare 
alla facoltà di ingegneria di Roma (di cui spero 
conosciate l’orientamento politico I) le ragioni del NO. 

Quando primadi andare a dormire mi collegai 
con il nodo romano di ECN (in cui secondo voi non 
dovrei più avere cittadinanza) provai un profondo 
risentimento perquel comunicato che vanificava tutto 
l'operato di quella massacrante giornata. 

Mi si dava, in quanto sostenitore del NO e 
profondamente convinto delle ragioni dei NO, del 
traditore, del reazionario e infine del cretino. Almeno 
questa è stata la mia interpretazione. 

Allora vi ho restituito, in un certo senso, il 
regalo che mi avevate fatto. 

Voi, poi, mi avete rimandato tutto ciò che vi 
avevo restituito. 

E credo che potremo continuare a tirarci la 
palla senza mai smettere. 

Meglio quindi chiarire e cercare di operare 
attivamente nella rete insieme anche con la polemica 
a cui vi riferite nella vostra piccola lezione di etica 
politica (gradita molto meno della "latrina per il mio 
file"). 

Purtroppo dal vostro file emerge molto 
disprezzo. Ed è un disprezzo che io non vorrei sia 


emerso dal mio file. Se cosi fosse chiedo scusa (non 
ho paura di chiedere scusa come non ho paura di 
parlare). Il mio file nasceva solo dalla rabbia. Rabbia, 
non odio e disprezzo. Rabbia perchè mi sentivo 
attaccato oltre che dal nostro nemico comune (la 
"bestia capitalista” come scrivete) anche da “amici", 
da persone che la pensano diversamente da me (è 
ingiusto scrivere che considero "nemico della 
rivoluzione” chiunque non la pensi come me) ma che 
non dovrebbero attaccarmi dandomi del cretino e del 
reazionario (cosa che ripeto avete fatto proprio nel 
comunicato). 

Quando nel file dico “equivale ad un tra- 
dimento" uso un' espressione poco carina, dura, 
caricata, ma non voglio dire “traditori". 

Quando dico che schierandovi per l’asten- 
sione non fate che il gioco del nemico non voglio dire 
che siete schierati con il nemico. 

Se ritenete che abbia pensato questo anche 
un solo momento vi beccate del deficiente come me 
lo becco io. 

Accetto e rispetto la vostra decisione politica 
sul referendum elettorale e (pensate quanto sono 
deficiente) ritengo anche che abbiate ragione sulla 
relativa importanza del NO ai fini di un processo 
rivoluzionario radicale e definitivo, ma vi voglio fare 
una domanda preceduta da un semplice e forse un pò 
semplicistico ragionamento: se bisogna fare la 
rivoluzione contro la bestia capitalista, se la bestia 
capitalista è rappresentata, in Italia, da Agnelli & co., 
se Agnelli & co. vogliono a tutti i costi diminuire un già 
scarso peso della gente sulle decisioni politiche, non 
vale la pena allora, prima di poter organizzare un 
attacco abbastanza forte, di contrastare il nemico con 
ogni mezzo possibile e impedirgli di ingannare la gente 
con una riforma elettorale da cui il cuore della bestia 
capitalista potrà trarre solo benefici? 

Eraquesto e non altro il mio intento. Spiegarvi, 
anche se con parole dure e in risposta a parole 
altrettanto dure, l’errore (è un’opinione) che facevate 
a schierarvi per l’astensione. 

So che non si dialogacon i pugni ma vi volevo 
dimostrare che tutti possiamo dare pugni e non 
concludere niente. Per questo mi tengo il vostro 
secondo pugno e vi invito ad aprire un dialogo, anche 
in contrasto e in polemica, con me o con chiunque sia 
convinto che abbiate fatto un errore politico (lo ripeto) 
a schierarvi per l’astensione oltre che a schierarvi 
contro chi vota NO. 

Mi attendo in particolare una risposta da 
Semprini Enrico (che non conosco) ma in cui mi rivedo 
mentre legge il file e s’incazza come una bestia 
rispondendo per le rime. 

Me l’attendo questa risposta soprattuto per 
le spiegazioni che do qui sotto dell’uso che ho fatto di 
certe parole. 


Maggio 1 993 


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ecn milano 


ENTRIAMO NEL MERITO DELLE 
COSE SCRITTE PERCHE' SI SA, 

SCRIPTA MANENT VERBA VOLANT 

Rileggendo il file vedo che le parole che possono avervi portato 
ad un attacco duro come quel lo del file NONABIL.DOC, sono tutte alla fine 
del testo; in più c’e quella sfortunata battuta della controparte all’Inizio. 

Proprio perchè è un file "pacificatore” (almeno spero) vi chiedo 
scusa (E TRE!) per la battutaccia. Volevo comunque introdurre in modo 
ironico-incazzato il discorso che poi si snoda, con parole dure solo aliatine, 
per tutto il file: evidenziare la pericolosità per i movimenti rivoluzionari di 
certe scelte politiche. 

Veniamo al finale per cui mi sono beccato il NONABIL. 

Quando parlo di “equivalenza” al tradimento e di dubbio sulla 
vostra volontà rivoluzionaria, vi giuro che (e vi prego di credermi perchè 
non cambio idea cosi facilmente) voglio solo evidenziare come può 
interpretare il comunicato che avete scritto uno che non vive a Modena, 
che non vi conosce e che ha una mentalità forse diversa dalla vostra (“per 
fortuna” direte voi). 

E non mi sto arrampicando sugli specchi. Tanto è vero che nei 
paragrafo successivo dico “La mia opinione personale è che state facendo 

un errore politico ” e non che siete dei traditori oppure dei finti 

rivoluzionari. 

Addirittura nello stesso paragrafo vi paragono all’OLP. 

E questo è importantissimo perfarvi capire come avete sbagliato 
rigurado la mia opinione sul vostro movimento. 

Infatti sono di origine palestinese e quando scrivo che avete fatto 
lo stesso errore dell’OLP su Sabra e Chatyla (credo sappiate di cosa sto 
parlando) vi voglio criticare dal punto di vista di una scelta politica e non 
per una presunta natura controrivoluzionaria che avreste. 

Infatti non considero l’OLP un covo di agenti dei Mossad come 
non considero voi un covo di “spie della polizia", per dirla con termini cari 
ai sessantottini. 

Anzi, se mi consentite, è proprio per l’amore in astratto che ho per 
tutti i movimenti rivoluzionari che mi dispiace vederli fare scelte politiche 
che personalmente ritengo errori. 

Mi chiedo quindi se quello che ho scritto non è stato frainteso oltre 
che essere risultato, ovviamente, non piacevole. 

Mi chiedo anche il perchè del tentativo di annientamento tra 
“entità politiche" della stessa parte. 

Mi chiedo infine perchè fare un’aristocrazia dei compagni, anche 
se si ammettesse per ipotesi che “non potrò mai raggiungere un 
raggionamento politico degno di questo nome", (potrebbe suonare di 
razzismo e puzzare di borghese, non trovate?) 

con solidariretà 

Nabil Al Qaryouti 


P.S. Sono troppo giovane per ereditare mode degli anni 70 (sono del 72), 
e soprattutto mi sono avvicinato al comuniSmo nel 1989, dopo Occhietto, 
ed ho cominciato ad attivarmi per il comuniSmo nel 1990, dopo la caduta 
del muro di Berlino. E’ evidente che è quasi comico ritenermi "incapace di 
raggiungere un ragionamento politico degno di questo nome”. 


34 


Maggio 1993 



ecn milano 


DEDICATO A NABIL 
ED A TUTTI I 
COMPAGNI 
COINVOLTI NELLA 
POLEMICA APERTA 
DAL FILE NO.TXT 


Il file Siwood.txt situa necessariamente il livello 
della polemica ad un grado superiore di com- 
plessità. Credo che esso dimostri come la dialettica 
tra compagni, anche quando è dura e violenta, 
possa non essere distruttiva ma al contrario po- 
ssa permettere ad ognuno di riconoscere la vi- 
cendevole stoffa rivoluzionaria che anima gli 
attori degli scontri polemici. 

Mi ha colpito in particolare la parte in cui Nabil 
dice: «Mi attendo in particolare una risposta 
da Semprini Enrico (che non conosco) ma IN 
CUI MIRIVEDO (sottolineatura di S.E.) mentre 
legge il file e s'incazza come una bestia ri- 
spondendo per le rime.». E' straordinario, a 
mio modo di vedere, come tra compagni si possa 
riconoscere l'indignazione che spinge un 
individuo a 600 km di distanza a dedicare tempo, 
attenzione e riflessione critica per rispondere a 
chi gli haprovocato tale moto di rabbia. Credo che 
questo dimostri che la tecnologia può essere 
realmente piegata alle esigenze degli esseri umani, 
poiché il supporto informatico è riuscito a far 
provare emozioni similari, seppur per motivi 
diversi, a due individui che non si conoscono. E 
sono emozioni di chi si batte contro la subor- 
dinazione reale dentro un universo fisico, non 
emozioni date da realtà "virtuali" in un universo 
insesistente. 


Ma entriamo nel merito deiproblemi 
sollevati dal file Siwood.txt. 

Punto l°)Ea mia risposta non era nè un 
“avvertimento" , nè tantomeno una "minaccia" 
ma solo una decisa e provocatoria presa di po- 
sizione. La provocazione è stata, a quanto vedo, 
accolta nel modo migliore ed è per questo che 
intendo rispondere con la massima serietà. 

Però hai letto male ciò che avevo scritto, poiché 
non ti ho accusato di aver dichiarato "guerra AL 
movimento" ma ad "UNO SPEZZONE del 
movimento". Cioèin particolareai compagni di 
Sherwood. Ora: i compagni di Padova non hanno 
bisogno di nessun avvocato difensore che attesti 
il loro schieramento rivoluzionario e non in 
questa veste ho voluto darti quella risposta. Il 
problema è, al contempo, più semplice e più com- 
plesso. In questo periodo si assiste, all'interno 
del movimento, ad una specie di "caccia alle 
streghe" ai danni dei compagni Veneti, specie 
da quando hanno dato vita alla rivista che è stata 
messa in circolazione in questi giorni. Ora: se 
è pur vero che le modalità di realizzazione di tale 
operazione politica sono alquanto discutibili, è 
altret tanto vero che non basta questo per collo- 
care i Padovani al di fuori di un percorso rivo- 
luzionario. Alla loro operazione politica và con- 
trapposta, se del caso, un'altra operazione po- 
liticamente altrettanto efficace, poiché con gli 
anatemi, le scomuniche o le "voci di corridoio" 
non si è mai costruito nulla. 

Inoltre la critica tra rivoluzionari DEVE 
(a mio avviso) essere sempre di carattere co- 
struttivo, cioè non si deve procedere con le demo- 
nizzazioni. Il "sabotaggio" DEVE essere riser- 
vato ai nostri avversari politici. 

In altri termini, quando polemizziamo 
tra compagni, dobbiamo tentare di denigrare ed 
invalidare le "argomentazioni" dei compagni, 
non i compagni stessi! Per questo il tuo file mi 
ha “fatto incazzare" , perchè mescolava ad argo- 
mentazioni politiche condivisibili (e dopo spie- 
gherò ilperchè), accuse gratuite che invalidavano 
il ragionamento complessivo. 


Maggio J 993 


35 



ecn milano 


Punto 2°) E questo mi dispiaceva pro- 
fondamente. Infattisbagli completamente quando 
dici: «Mi si dava, in quanto sostenitore del NO 
e profondamente convinto delle ragioni del NO, 
del traditore (ma dove lo hai letto? n.d.a.) del 
reazionario e infine del cretino.». 

Se tu avessi letto il file REF.MO, come 

10 ho invitato a fare a chiunque leggesse la mia 
risposta, non saresti incorso in questo errore. 

Infatti la sera che ho deciso di rispondere al tuo 
file, avevo appena immesso in rete per l'appunto 

11 file REE. MO, file scritto da altri due compagni 
di modena a sostegno del NO ed in polemica con 
Sherwood. Ero talmente contento di aver trovato 
in rete un'altro file a sostegno della stessa tesi, 
che telefonai ad uno dei compagni che l'avevano 
redatto ed iniziai a leggerglielo per telefono. 
Inizialmente fummo molto soddisfatti delle ar- 
gomentazioni addotte, ma quando arrivai a leggere 
certe affermazioni, mi resi conto che il tuo file 
rischiava di indebolire più che di rafforzare le 
posizioni del NO. Proprio l'importanza che davo 
a quella polemica è la seconda motivazione che 
mi ha indotto a risponderti in quel modo. 

Punto 3°) Dici che non hai gradito la 
parte sull' etica. Eppurela ritengo una delleparti 
più importanti del file stesso. 

E' sempre difficile parlare di un'etica 
rivoluzionaria, .poiché si rischia di cadere in vuoti 
schematismi da " galateo " . Io credo però, che nes- 
sun gruppo umano possa m uoversi senza stabilire 
dei criteri per comprendere il significato dei mes- 
saggi che intercorrono tra i vari attori del gruppo 
stesso. In particolare ritengo che se deve esistere 
un'etica che definisca i termini di una comu- 
nicazione e di un comportamento, e se come con- 
dizione tale etica deve essere rivoluzionaria, essa 
deve essere storicamente determinata, vale a dire 
negoziata consapevolmente e ridefinita via via 
dagli attori del movimento stesso. A questo pro- 
posito accetto come preoccupazione legittima il 
fatto che la mia affermazione secondo la quale 


"esistono entità politiche incapaci di raggiungere 
un ragionamento politico degno di questo nome" 
può preluder ead una "aristocrazia dì compagni" . 
Si arriverà forse a questo nello sviluppo della 
rete? E' necessario considerare "indegno del li- 
vello della polemica"chi difende gli storici 
revisionisti utilizzando la rete ECN? Se questa 
fosse una strada per evitare la censura diretta, 
forse potrebbe rivelarsi non sbagliata. Ma la 
riflessione è aperta. 

Punto 4°) Come ti sarai reso conto, non 
intendo chiedere scusa per il mio precedente file, 
poiché credo che il file qui presente dimostri che 
il processo dialettico che si è innescato con il 
nostro confronto a distanza, mi faccia avere una 
diversa percezione di Nabil, cioè mi ha cambiato 
facendomi pervenire ad una differente " sintesi " 
ed al rispetto che occorreper digitare una risposta 
così articolata. 

Mi interessa solo precisare che non c'era 
nessun tentativo di annientamento, come credo 
di aver dimostrato. 

Infine un picco lo tributo perii popo lo 
palestinese. 

Sono stato in Palestina persoli 15 giorni 
della mia vita: ma è stata una delle esperienze più 
coinvolgenti e sconvolgenti che io abbia mai 
fatto. Credo di aver imparato più ardore 
rivoluzionario in quel breve periodo che non in 
parecchi anni di militanza in Italia. 

Il fatto di essermi confrontato con un 
compagno che difende con determinazione le sue 
convinzioni, mi ha insegnato qualcosa ancora 
una volta. Il sapere che tale compagno è di origine 
palestinese mi permette di tributare a quella 
terra un senso di gratitudine ancora maggiore. 


con solidarietà 
Semprini Enrico 


36 


Maggio 1 993 



Centro Sodale Leoncavallo 

‘P’KL&K&tKrtta dei co-ucesiti 


Venerdi' 14 maggio 

BOMBA BOMBA 
REGGAERITIM 

Sabato 29 maggio 

SHUFFLE CLUB 

Sabato 1 5 maggio 

DE CORTO 
RITMO TRIBALE 

Venerdì' 4 giugno 

BLUSIMODO 
LAURA FEDELE 

Venerdì' 21 maggio 

ROBERTO MANES 

Sabato 5 giugno 

SKITS & ROLL 
SAILOR FREE 

GROUP 

(Jazz from London) 

Venerdì' 1 1 giugno 

ALLOY 

Sabato 22 maggio 

GRONGE 
BIO HAZARD 

Sabato 1 2 giugno 

INVESTIGATORS 

Venerdi' 28 maggio 
davanti a San Vittore 

99 POSSE 

BISCA 1&W 

Venerdi' 1 8 giugno 

ZERO BOYS 


mn Leotuavallo Live 


F.i.P. MI LEoncavallo 22-7 maggio 1993 



ECN MILANO 

Modem 02 2840243 - 24 h/Day 2400 MNP5 

Centro Sociale LEONCAVALLO 

Via Leoncavallo, 22-20131 MILANO 
Telefono/Fax 02 26140287 
Casella Postale n. 17051 

Radio ONDA DIRETTA 

Fm 91 .300 - Telefono 0337 328455 

Conto Corrente Postale 
n. 2231 1203 intestato a 
"Associazione delle mamme del Leoncavallo 
per i centri sociali autogestiti" 



f.i.p. MI Leoncavallo 22-7 maggio 1993